Chi sono i migranti economici

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rabbia

Il termine “clandestino” così tanto utilizzato soprattutto nelle platee di talk show e di tribune elettorali impone una seria riflessione etica. Chi sono in realtà questi clandestini tanto esecrati ed esecrabili, nominati frequentemente da taluni esponenti politici con linguaggio colorito anche con una certa acredine? Su filo della “clandestinità” parrebbe correre la scrematura tra chi “merita” un rispetto intero per essere arrivato sulle nostre coste, e coloro a cui questa dignità è dovuta con sospetto, con malcelato fastidio e limitata tolleranza. Ebbene, guardiamoci dentro a questa migrazione economica. Tra le nazionalità più diniegate dalle commissioni territoriali per i richiedenti asilo troviamo Gambiani, Maliani, Ghanesi, cittadini della Guinea e della Costa d’Avorio, e a seguire nei rigetti Nigeriani, Pakistani, Afghani, Bengalesi.

Volendo dare uno sguardo veloce a questi paesi vediamo che il Gambia è una piccola lingua di terra governata da Yahya Jammeh, un dittatore che non consente il dissenso, al potere dal 1994 che soffoca ogni libertà personale; al suo servizio squadroni della morte, ondate repressive si susseguono fatte di arresti e torture, sono stati di recente ampliati i reati punibili con la pena di morte,ritorsioni più o meno velate avvengono contro chi emigra.

La Costa d’Avorio, paese ora pseudo-pacificato, ha il suo ex capo di Stato sotto processo alla Corte Penale Internazionale dell’Aja e ancora il paese è preda di ostracizzazioni e vendette. In Guinea e Guinea Bissau anche se non si può parlare di vere dittature abbiamo stati non democratici in genere frutto di golpe. Il Ghana uno Stato dove la tortura della polizia e dell’intelligence sono da anni oggetto di denuncia internazionale, così come la dilangante violenza strutturale contro donne, ragazze,omosessuali e detenuti.

Passando al Mali, troviamo qui Ansar Eddine che infesta il nord del Paese e i gruppi armati che rivendicano l’indipendenza, la guerra non è mai finita e vi è ancora un caos che la missione di pace Onu fatica a governare. Meglio note le situazioni di Boko Haram e dello stato di diritto rarefatto in Nigeria; in Pakistan guerriglia a bassa intensità fatta di rapimenti, attentati, stragi e corruzione, in Punjab, nella regione della Fata e su tutti i confini con Afghanistan e Kashemir, senza contare alluvioni disastrose ripetute negli anni che hanno messo migliaia di sfollati poverissimi nelle reti di sfruttamento lavorativo e sessuale.

Dell’Afghanistan sappiamo anche troppo per far finta di non sapere, e infine il Bangladesh dove la “labor exploitation”, l’usura pandemica e la prostituzione infantile legalizzata nei villaggi delle piccole schiave sono orrori ancora coperti da un velo di omertà.
Nel groviglio delle motivazioni per cui una persona scappa da questi paesi è difficile scindere quella politica, quella economica e quella sociale ed etichettare le persone come rifugiati o migranti economici.

Le vite dei migranti che arrivano sulle nostre coste sono assai più complesse e sfaccettate di una quanto mai arbitraria discriminazione per nazionalità intere, tra nazionalità di rifugiati buoni e meno buoni, la stessa distinzione tra migranti economici e non, è storicamente una semplificazione frutto di decisioni non uniformi tra gli Stati europei. Spesso riconoscere lo status di rifugiato a persone provenienti da determinate zone del mondo significa anche riconoscere che in taluni Stati esistono gruppi etnici,politici sociali, o statali di natura persecutoria. Questioni piuttosto spinose e ardue in termini di relazioni internazionali.

E’ bene in ogni caso ricordare che nel passato Stati occidentali hanno utilizzato l’asilo politico più che come strumento di protezione umanitaria e tutela dei diritti, come modalità di gestione dei flussi migratori: si è sempre parlato di diritto di asilo ma alla fine dati alla mano sono stati i singoli Paesi a decidere se concederlo o no, e con profondissime discrasie numeriche tra stato e stato e su medesime situazioni. Umanamente, socialmente, politicamente, e soprattutto giuridicamente occorre quindi fare un ulteriore sforzo etico, travalicare le etichette, le generalizzazioni, i respingimenti e/o rimpatri collettivi sommari, i dinieghi facili delle Commissioni Territoriali per andare incontro alle persone.

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1 COMMENT

  1. In pratica la soluzione proposta è : accogliamo tutti!
    Ma per piacere , nessuno accetterà mai queste soluzioni…

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