IL PAPA AI SACERDOTI: “NIENTE UNISCE MAGGIORMENTE CON DIO CHE UN ATTO DI MISERICORDIA” A San Giovanni in Laterano Francesco invita a riscoprire l'enciclica di Pio XII sul "Sacro Cuore"

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In occasione del Giubileo dei sacerdoti e dei seminaristi, in corso di svolgimento a Roma, il Papa Francesco predica il ritiro per i sacerdoti raccolti nelle Basiliche Papali di Roma. Il Papa tiene le sue meditazioni a turno rispettivamente nella Basilica di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e di San Paolo Fuori le Mura. Di seguito riportiamo il testo dell’introduzione e della prima meditazione che Bergoglio ha tenuto nella mattina del 2 giugno nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

 

“La misericordia, nel suo aspetto più femminile, è il viscerale amore materno, che si commuove di fronte alla fragilità della sua creatura appena nata e la abbraccia, fornendo tutto quello che le manca perché possa vivere e crescere (rahamim); e, nel suo aspetto propriamente maschile, è la fedeltà forte del Padre che sempre sostiene, perdona e torna a rimettere in cammino i suoi figli. La misericordia è tanto il frutto di una “alleanza” – per questo si dice che Dio si ricorda del suo (patto di) misericordia (hesed) -, quanto un “atto” gratuito di benevolenza e bontà che sorge dalla nostra più profonda psicologia e si traduce in un’opera esterna (eleos, che diventa elemosina). Questa inclusività permette che sia sempre alla portata di tutti agire con misericordia, provare compassione per chi soffre, commuoversi per chi ha bisogno, indignarsi, il rivoltarsi delle viscere di fronte ad una patente ingiustizia e porsi immediatamente a fare qualcosa di concreto, con rispetto e tenerezza, per porre rimedio alla situazione. E, partendo da questo sentimento viscerale, è alla portata di tutti guardare a Dio dalla prospettiva di questo primo e ultimo attributo con il quale Gesù ha voluto rivelarlo per noi: il nome di Dio è Misericordia.

Quando meditiamo sulla misericordia accade qualcosa di speciale. La dinamica degli Esercizi Spirituali si potenzia dall’interno. La misericordia fa vedere che le vie oggettive della mistica classica – purgativa, illuminativa e unitiva – non sono mai fasi successive, che si possano lasciare alle spalle. Abbiamo sempre bisogno di nuova conversione, di maggiore contemplazione e di un rinnovato amore. Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia, sia che si tratti della misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le opere di misericordia in suo nome. Niente illumina di più la fede che il purgare i nostri peccati, e niente vi è di più chiaro che Matteo 25 e quel «Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia» (Mt 5,7) per comprendere qual è la volontà di Dio, la missione alla quale ci invia. Alla misericordia si può applicare quell’insegnamento di Gesù: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Mt 7,2). La misericordia ci permette di passare dal sentirci oggetto di misericordia al desiderio di offrire misericordia. Possono convivere, in una sana tensione, il sentimento di vergogna per i propri peccati con il sentimento della dignità alla quale il Signore ci eleva. Possiamo passare senza preamboli dalla distanza alla festa, come nella parabola del figlio prodigo, e utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato. La misericordia ci spinge a passare dal personale al comunitario. Quando agiamo con misericordia, come nei miracoli della moltiplicazione dei pani, che nascono dalla compassione di Gesù per il suo popolo e per gli stranieri, i pani si moltiplicano nella misura in cui vengono condivisi.

La gioiosa e libera familiarità che si stabilisce a tutti i livelli tra coloro che si relazionano tra loro con il vincolo della misericordia – familiarità del Regno di Dio, così come Gesù lo descrive nelle sue parabole – mi porta a suggerirvi tre cose per la vostra preghiera personale di questo giorno.

La prima ha a che vedere con due consigli pratici che dà sant’Ignazio, il quale dice: «Non è il molto sapere che riempie e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose di Dio interiormente» (Esercizi Spirituali, 2). Sant’Ignazio aggiunge che lì dove uno trova quello che desidera e prova gusto, lì si fermi in preghiera «senza avere l’ansia di passare ad altro, finché mi soddisfi» (ibid., 76). Così che, in queste meditazioni sulla misericordia, uno può iniziare da dove più gli piace e lì soffermarsi, dal momento che sicuramente un’opera di misericordia vi condurrà alle altre. Se iniziamo ringraziando il Signore, che in modo stupendo ci ha creati e in modo ancor più stupendo ci ha redenti, sicuramente questo ci condurrà a provare pena per i nostri peccati. Se cominciamo col provare compassione per i più poveri e lontani, sicuramente sentiremo anche noi la necessità di ricevere misericordia.

Il secondo suggerimento per pregare ha a che vedere con un nuovo modo di usare la parola misericordia. Come vi sarete resi conto, nel parlare di misericordia a me piace usare la forma verbale: “Bisogna dare misericordia (misericordiar) per ricevere misericordia (ser misericordiados)”. Il fatto che la misericordia mette in contatto una miseria umana con il cuore di Dio, fa in modo che l’azione nasca immediatamente. Non si può meditare sulla misericordia senza che tutto si metta in azione. Pertanto, nella preghiera, non fa bene intellettualizzare. Rapidamente, con l’aiuto della Grazia, il nostro dialogo con il Signore deve concretizzarsi su quale mio peccato richieda che si posi in me la Tua misericordia, Signore, dove sento più vergogna e più desidero riparare; e rapidamente dobbiamo parlare di quello che più ci commuove, di quei volti che ci portano a desiderare intensamente di darci da fare per rimediare alla loro fame e sete di Dio, di giustizia, di tenerezza. La misericordia la si contempla nell’azione. Ma un tipo di azione che è onninclusiva: la misericordia include tutto il nostro essere – viscere e spirito – e tutti gli esseri.

L’ultimo suggerimento riguarda il frutto degli esercizi, vale a dire, la grazia che occorre chiedere e che è, direttamente, quella di diventare sacerdoti sempre più capaci di ricevere e di dare misericordia. Possiamo centrarci sulla misericordia perché è la realtà essenziale, definitiva. Attraverso gli scalini della misericordia (cfr Enc. Laudato si’, 77) possiamo scendere fino al punto più basso della condizione umana – fragilità e peccato inclusi – e ascendere fino al punto più alto della perfezione divina: «Siate misericordiosi (perfetti) come è misericordioso il Padre vostro». Però sempre per “raccogliere” solamente più misericordia. Da qui devono provenire frutti di conversione della nostra mentalità istituzionale: se le nostre strutture non si vivono e non si utilizzano per meglio ricevere la misericordia di Dio e per essere più misericordiosi con gli altri, possono trasformarsi in qualcosa di molto diverso e controproducente.

Questo ritiro spirituale, pertanto, si incamminerà per il sentiero di questa “semplicità evangelica” che comprende e compie tutte le cose in chiave di misericordia. E di una misericordia dinamica, non come un sostantivo codificato e definito, né come aggettivo che decora un po’ la vita, ma come verbo – operare misericordia e ricevere misericordia – che ci proietta verso l’azione nel cuore del mondo. E inoltre, come misericordia «sempre più grande», come una misericordia che cresce e aumenta, avanzando di bene in meglio e passando dal meno al più, poiché l’immagine che Gesù ci offre è quella del Padre sempre più grande e la cui misericordia infinita “cresce” – se si può dire così – e non ha né cima né fondo, perché proviene dalla sua sovrana libertà.

Se la misericordia del Vangelo è, come abbiamo detto, un eccesso di Dio, un inaudito straripamento, la prima cosa da fare è guardare dove il mondo di oggi, e ciascuna persona, ha più bisogno di un eccesso di amore così. Prima di tutto domandarci qual è il ricettacolo per una tale misericordia, qual è il terreno deserto e secco per un tale straripamento di acqua viva; quali sono le ferite per questo olio balsamico; quale è la condizione di orfano che necessita un tale prodigarsi in affetto e attenzioni; quale la distanza per una sete così grande di abbraccio e di incontro…

La parabola che vi propongo per questa meditazione è quella del Padre misericordioso (cfr Lc 15,11-31). Ci poniamo nell’ambito del mistero del Padre. E mi viene dal cuore incominciare da quel momento in cui il figlio prodigo si trova in mezzo al porcile, in quell’inferno dell’egoismo che ha fatto tutto quello che voleva e, dove, invece di essere libero, si ritrova schiavo. Osserva i maiali che mangiano ghiande…, prova invidia e gli viene nostalgia. Nostalgia del pane appena sfornato che i domestici a casa, a casa di suo padre, mangiano per colazione. La nostalgia… La nostalgia è un sentimento potente. Ha a che fare con la misericordia perché ci allarga l’anima. Ci fa ricordare il bene primario – la patria da cui proveniamo – e risveglia in noi la speranza di ritornare. In questo ampio orizzonte della nostalgia, questo giovane – dice il Vangelo – rientrò in sé stesso e si sentì miserabile.

Senza soffermarci ora a descrivere la miseria del suo stato, passiamo a quell’altro momento in cui, dopo che suo Padre lo ha abbracciato e baciato con trasporto, egli si ritrova sporco e vestito a festa. Si pone l’anello al dito al pari di suo padre. Ha sandali nuovi ai piedi. Sta in mezzo alla festa, tra la gente. Qualcosa di simile a quando noi, se qualche volta ci è capitato, ci siamo confessati prima della Messa e immediatamente ci siamo trovati “rivestiti” e nel mezzo di una cerimonia.

Soffermiamoci su quella “vergognata dignità” di questo figlio prodigo e prediletto. Se ci sforziamo, serenamente, di mantenere il cuore tra questi due estremi – la dignità e la vergogna – senza tralasciare nessuno di essi, forse possiamo percepire come batte il cuore di nostro Padre. Possiamo immaginare che la misericordia ne sgorga come sangue. Che Egli esce a cercarci – noi peccatori –, che ci attira a sé, ci purifica e ci lancia nuovamente, rinnovati, verso tutte le periferie, a portare misericordia a tutti. Il suo sangue è il Sangue di Cristo, sangue della Nuova ed Eterna Alleanza di misericordia, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Questo sangue lo contempliamo mentre entra ed esce dal suo Cuore, e dal cuore del Padre. E’ l’unico nostro tesoro, l’unica cosa che abbiamo da offrire al mondo: il sangue che purifica e pacifica tutto e tutti. Il sangue del Signore che perdona i peccati. Il sangue che è vera bevanda, che risuscita e dà la vita a ciò che è morto a causa del peccato.

Nella nostra preghiera, serena, che va dalla vergogna alla dignità, dalla dignità alla vergogna, chiediamo la grazia di sentire tale misericordia come costitutiva di tutta la nostra vita; la grazia di sentire come quel battito del cuore del Padre si unisca con il battito del nostro. Non basta sentire la misericordia di Dio come un gesto che, occasionalmente, Egli fa perdonandoci qualche grosso peccato, e per il resto ci aggiustiamo da soli, autonomamente.

Sant’Ignazio propone un’immagine cavalleresca propria della sua epoca, ma poiché la lealtà tra amici è un valore perenne, può aiutarci. Egli afferma che, per sentire «confusione e vergogna» per i nostri peccati (e non smettere di sentire la misericordia) possiamo far uso di un esempio: immaginiamo «un cavaliere che vada davanti al suo re e a tutta la corte, pieno di vergogna e confuso per averlo molto offeso, dal momento che da parte del re aveva in precedenza ricevuto molti doni e molte grazie» (Esercizi Spirituali, 74). Tuttavia, seguendo la dinamica del figlio prodigo nella festa, immaginiamo questo cavaliere come uno che, invece di essere svergognato davanti a tutti, il re, al contrario, lo prenda inaspettatamente per la mano e gli restituisca la sua dignità. E vediamo che non solo lo invita a seguirlo nella sua battaglia, ma che lo pone alla testa dei suoi compagni. Con quale umiltà e lealtà lo servirà questo cavaliere d’ora in avanti!

Sia che si senta come il figlio prodigo festeggiato, sia come il cavaliere sleale trasformato in superiore, l’importante è che ciascuno si ponga nella tensione feconda in cui la misericordia del Signore ci colloca: non solamente di peccatori perdonati, ma di peccatori a cui è conferita dignità.

Simon Pietro ci offre l’immagine ministeriale di questa sana tensione. Il Signore lo educa e lo forma progressivamente e lo esercita a mantenersi così: Simone e Pietro. L’uomo comune, con le sue contraddizioni e debolezze, e quello che è pietra, quello che possiede le chiavi, quello che guida gli altri. Quando Andrea lo conduce a Cristo, così com’è, vestito da pescatore, il Signore gli dà il nome di Pietra. Appena finisce di lodarlo per la professione di fede che proviene dal Padre, già gli rimprovera duramente la tentazione di ascoltare la voce dello spirito maligno che gli dice di star lontano dalla croce. Lo inviterà a camminare sulle acque e lascerà che incominci ad affondare nella sua stessa paura, per poi subito tendergli la mano; non appena si confessi peccatore gli darà la missione di essere pescatore di uomini; lo interrogherà ripetutamente sul suo amore, facendogli sentire dolore e vergogna per la sua slealtà e codardia, e per tre volte pure gli affiderà il compito di pascere le sue pecore.

Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta. Sporchi, impuri, meschini, vanitosi, egoisti e, nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati. Solo la misericordia rende sopportabile quella posizione. Senza di essa o ci crediamo giusti come i farisei o ci allontaniamo come quelli che non si sentono degni. In entrambi i casi ci si indurisce il cuore.

Approfondiamo un po’ di più. Ci domandiamo: Perché è così feconda questa tensione? Direi che è feconda perché mantenerla nasce da una decisione libera. E il Signore agisce principalmente sulla nostra libertà, benché ci aiuti in ogni cosa. La misericordia è questione di libertà. Il sentimento sgorga spontaneo e quando affermiamo che è viscerale sembrerebbe che sia sinonimo di “animale”. Ma in realtà gli animali non conoscono la misericordia “morale”, anche se alcuni possono sperimentare qualcosa di tale compassione, come un cane fedele che rimane al fianco del suo padrone malato. La misericordia è una commozione che tocca le viscere, e tuttavia può scaturire anche da un’acuta percezione intellettuale – diretta come un raggio, semplice ma non per questo meno complessa –: si intuiscono molte cose quando si prova misericordia. Si comprende, per esempio, che l’altro si trova in una situazione disperata, al limite; che gli succede qualcosa che supera i suoi peccati o le sue colpe; si comprende anche che l’altro è uno come me, che ci si potrebbe trovare al suo posto; e che il male è tanto grande e devastante che non si risolve solo per mezzo della giustizia… In fondo, ci si convince che c’è bisogno di una misericordia infinita come quella del cuore di Cristo per rimediare a tanto male e tanta sofferenza, come vediamo che c’è nella vita degli esseri umani… Al di sotto di quel livello, non serve. Tante cose comprende la nostra mente solo vedendo qualcuno gettato per la strada, scalzo, in una mattina fredda, o vedendo il Signore inchiodato alla croce per me!

Inoltre, la misericordia si accetta e si coltiva, o si rifiuta liberamente. Se uno si lascia prendere, un gesto tira l’altro. Se uno passa oltre, il cuore si raffredda. La misericordia ci fa sperimentare la nostra libertà ed è lì dove possiamo sperimentare la libertà di Dio, che è misericordioso con chi è misericordioso (cfr Dt 5,10), come disse a Mosè. Nella sua misericordia il Signore esprime la sua libertà. E noi la nostra.

Possiamo vivere molto tempo “senza” la misericordia del Signore. Vale a dire, possiamo vivere senza averne coscienza e senza chiederla esplicitamente, finché uno si rende conto che “tutto è misericordia”, e piange con amarezza di non averne approfittato prima, dal momento che ne aveva tanto bisogno!

La miseria di cui parliamo è la miseria morale, non trasferibile, quella per cui uno prende coscienza di sé stesso come persona che, in un momento decisivo della sua vita, ha agito di propria iniziativa: ha fatto una scelta e ha scelto male. Questo è il fondo che bisogna toccare per sentire dolore per i peccati e pentirsi veramente. Perché in altri ambiti uno non si sente così libero, né sente che il peccato influisce negativamente su tutta la sua vita e pertanto non sperimenta la propria miseria, e in questo modo si perde la misericordia, che agisce solo a tale condizione. Uno non va in farmacia e dice: “Per misericordia, mi dia un’aspirina”. Per misericordia chiede che gli diano della morfina per una persona in preda ai dolori atroci di una malattia terminale.

Il cuore che Dio unisce a questa nostra miseria morale è il Cuore di Cristo, suo Figlio amato, che batte come un solo cuore con quello del Padre e dello Spirito. È un cuore che sceglie la strada più vicina e che lo impegna. Questo è proprio della misericordia, che si sporca le mani, tocca, si mette in gioco, vuole coinvolgersi con l’altro, si rivolge a ciò che è personale con ciò che è più personale, non “si occupa di un caso” ma si impegna con una persona, con la sua ferita. La misericordia va oltre la giustizia e lo fa sapere e lo fa sentire; si resta coinvolti l’uno con l’altro. Conferendo dignità, la misericordia eleva colui verso il quale ci si abbassa e li rende entrambi pari, il misericordioso e colui che ha ottenuto misericordia.

Per questo il Padre ha bisogno di fare festa, affinché venga restaurato tutto in una sola volta, restituendo a suo figlio la dignità perduta. Questo permette di guardare al futuro in un modo nuovo. Non che la misericordia non consideri l’oggettività del danno provocato dal male. Però le toglie potere sul futuro, le toglie potere sulla vita che scorre in avanti. La misericordia è il vero atteggiamento di vita che si oppone alla morte, che è l’amaro frutto del peccato. In questo è lucida, non è per nulla ingenua la misericordia. Non è che non veda il male, ma guarda a quanto è breve la vita e a tutto il bene che rimane da fare. Per questo bisogna perdonare totalmente, perché l’altro guardi in avanti e non perda tempo nel colpevolizzarsi e nel compatire sé stesso e rimpiangere ciò che ha perduto. Mentre ci si avvia a curare gli altri, si farà anche il proprio esame di coscienza e, nella misura in cui si aiutano gli altri, si riparerà al male commesso. La misericordia è fondamentalmente speranzosa.

Lasciarsi attrarre e inviare dal movimento del cuore del Padre significa mantenersi in quella sana tensione di dignità vergognata. Lasciarsi attrarre dal centro del suo cuore, come sangue che si è sporcato andando a dare vita alle membra più lontane, perché il Signore ci purifichi e ci lavi i piedi; lasciarsi inviare ricolmi dell’ossigeno dello Spirito per portare vita a tutte le membra, specialmente a quelle più lontane, fragili e ferite.

Un prete raccontava di una persona che viveva per la strada, e che alla fine andò a vivere in un ostello. Era uno rinchiuso nella sua amarezza, che non interagiva con gli altri. Persona colta, si resero conto più tardi. Qualche tempo dopo, quest’uomo venne ricoverato in ospedale a causa di una malattia terminale e raccontava al sacerdote che, mentre era lì, preso dal suo nulla e dalla sua delusione per la vita, quello che si trovava nel letto accanto al suo gli chiese di passargli la sputacchiera e che poi la svuotasse. E raccontò che quella richiesta che veniva da qualcuno che ne aveva veramente bisogno e che stava peggio di lui, gli aprì gli occhi e il cuore a un sentimento potentissimo di umanità e a un desiderio di aiutare l’altro e di lasciarsi aiutare da Dio. Così, un semplice atto di misericordia lo collegò con la misericordia infinita, ebbe il coraggio di aiutare l’altro e poi si lasciò aiutare: morì confessato e in pace.

Così, vi lascio con la parabola del padre misericordioso, una volta che ci siamo “situati” in quel momento in cui il figlio si sente sporco e rivestito, peccatore al quale è stata resa dignità, vergognoso di sé e orgoglioso di suo padre. Il segno per sapere se uno è ben situato è il desiderio di essere, d’ora innanzi, misericordioso con tutti. Qui sta il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra, quel fuoco che accende altri fuochi. Se non si accende la fiamma, vuol dire che uno dei poli non permette il contatto. O l’eccessiva vergogna che non pela i fili e, invece di confessare apertamente “ho fatto questo e questo”, si copre; o l’eccessiva dignità, che tocca le cose con i guanti.

L’unico eccesso davanti alla eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri. Il Vangelo ci mostra tanti begli esempi di persone che esagerano pur di riceverla: il paralitico, che gli amici fanno entrare dal tetto in mezzo al luogo dove il Signore stava predicando; il lebbroso, che lascia i suoi nove compagni e ritorna glorificando e ringraziando Dio a gran voce e si inginocchia ai piedi del Signore; il cieco Bartimeo, che riesce a fermare Gesù con le sue grida; la donna emorroissa che, nella sua timidezza, si ingegna per ottenere una vicinanza intima con il Signore e che, come dice il Vangelo, quando toccò il mantello il Signore avvertì che usciva da lui una dynamis…; sono tutti esempi di quel contatto che accende un fuoco e sprigiona la dinamica, la forza positiva della misericordia. C’è anche la peccatrice, le cui eccessive manifestazioni d’amore verso il Signore col lavargli i piedi con le sue lacrime e asciugarglieli coi suoi capelli, sono per il Signore segno del fatto che ha ricevuto molta misericordia e perciò la esprime in quel modo. Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati…, sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall’esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa. Ecco l’espressione: la misericordia ci fa passare «dalla distanza alla festa». E questo non si comprende se non è in chiave di speranza, in chiave apostolica, in chiave di chi ha ricevuto misericordia per dare a sua volta misericordia.

Possiamo concludere pregando con il magnificat della misericordia, il Salmo 50 del Re Davide, che recitiamo alle lodi tutti i venerdì. È il magnificat di «un cuore contrito e umiliato» che, nel suo peccato, ha la grandezza di confessare il Dio fedele, che è più grande del peccato. Situati nel momento in cui il figlio prodigo si aspettava di essere trattato con freddezza e, invece, il Padre lo mette nel bel mezzo di una festa, possiamo immaginarlo mentre prega il Salmo 50. E pregarlo a due cori con lui. Possiamo ascoltarlo che dice: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità…». E noi dire: «Sì, le mie iniquità (anch’io) le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi». E ad una voce dire: «Contro di te, (Padre,) contro te solo ho peccato».

Preghiamo a partire da quell’intima tensione che accende la misericordia, quella tensione tra la vergogna che afferma: «Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe»; e quella fiducia che dice: «Aspergimi con rami d’issopo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve». Fiducia che diventa apostolica: «Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno»”.

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