QUELLE PAROLE CHE FERISCONO

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parole e violenza verbale

C’è quella volta che non ce la fai più e le parole ti montano in gola all’improvviso e le butti fuori prima di rendertene conto. Sono parole dure come pietre. Sono taglienti come coltelli per la carne cruda. Arrivano al cuore di chi ti sta di fronte quando ancora non sai di avergliele gettate addosso. Sono uno schiaffo, un pugno in pieno viso senza usare le mani. Succede, è successo, a tutti. A qualcuno, purtroppo, non soltanto una volta. Dopo non è più come prima, anche se si fa pace. Il pentimento non cancella il danno. C’è quella ferita, in mezzo a due persone che si vogliono bene. Anche cicatrizzata, è sempre pronta a riaprirsi, al prossimo litigio, quando le cose non vanno tanto bene e c‘è il rischio di scivolare ancora sul crinale della violenza verbale.

Già. Perché anche quella verbale è violenza, a tutti gli effetti. Può far male, malissimo, perfino più di quella fisica, fino a uccidere sentimenti e autostima, soffocare l’amore per se stessi e per la vita, devastare relazioni e famiglie e tutta un’esistenza. Ammala l’anima.

È una modalità di dominio degli uomini nei confronti della partner. Una forma di “controllo ossessivo”, la definiscono gli esperti. Ma, in realtà, non riguarda soltanto le relazioni sentimentali o pseudo tali. Purtroppo, appartiene all’esperienza di tutti i rapporti in cui non vi sia una condizione di simmetria tra gli interlocutori, uno sia più debole o più dipendente dall’altro, materialmente o psicologicamente, e si lascia prevaricare, mortificare anche con la frusta delle parole. Oppure, è lui stesso a reagire con la rabbia verbale ai soprusi psicologici e morali dell’altro.

La violenza può risiedere nel contenuto di ciò che si dice, piuttosto che nel tono o nel volume della voce. Anche la verità può essere violenta, per se stessa, soltanto per essere stata mostrata senza veli. È la scelta delle parole che ci rende aggressori. La parola come arma, di difesa o di attacco. E, in molti casi, l’attacco maschera un istinto di difesa. Sul sito web “doctissimo.it”, per la violenza verbale, si legge: “È normale che il comportamento degli altri a volte ti irriti. È il destino della vita in coppia, in famiglia o in società in generale. La vicinanza degli altri richiede infatti di fare concessioni e accettare comportamenti diversi. Inutile innervosirti per le piccole manie del tuo compagno o della tua compagna o lamentarsi con tua figlia che passa troppe ore a settimana al telefono”. E continua: “La violenza verbale comunque non si limita solo alle parolacce o a un’eccessiva irritazione. Può nascondersi nel tuo tono o nel tuo modo di rivolgerti agli altri. Alcune osservazioni o parole a volte sono colpi violenti. Lasciano ferite, anche se invisibili”.

Lo psicologo Francesco Boz, specialista in neuroscienze, dottore di ricerca in psicologia clinica, sul suo blog “psiche.org”, mercoledi 25 maggio, ha pubblicato un interessante articolo, con il titolo “Gli effetti devastanti della violenza verbale”. Scrive: “Quando si litiga in due, uno è sempre più agguerrito dell’altro e si comporta come se durante la discussione non esistesse nessun colpo proibito. Più nello specifico, ci sono persone che durante le discussioni pensano alle conseguenze delle loro parole, e altre che invece liberano tutta la rabbia che hanno dentro come se quel momento fosse scollegato da tutto il resto. Questa dinamica della comunicazione è particolarmente evidente nelle coppie. A differenza di altri rapporti, come ad esempio quello tra capo e sottoposto o tra genitore e figlio, la relazione tra due che si amano deve essere simmetrica. Sulla carta, la parola di lui vale quanto la parola di lei, e viceversa. Proprio perché partono sullo stesso piano, le conseguenze di non pensare alle conseguenze di quello che si dice sono devastanti”.

E ancora: “Chi attacca, verbalmente o fisicamente, lo fa perché si sente minacciato, è una risposta istintiva che fa parte della nostra storia genetica e biologica. C’è chi per attaccare ha sviluppato i muscoli e chi invece ha rinforzato il cervello. La persona attacca verbalmente, quando lo fa ha la mente annebbiata, sa dove colpire per far male e lo fa a casaccio, senza alcuna progettualità. La sua mente ribolle dentro e si chiude a riccio per escludere il mondo esterno. Non c’è niente che puoi dire che lo farà calmare, vuole solo ferirti”.

Per Boz, chi aggredisce verbalmente ha un’elevata intelligenza speculativa, ma è una persona molto fragile, che fatica a controllare gli impulsi. Invece, chi subisce la violenza delle parole apparentemente passivamente, è solitamente una persona introversa, con un’elevata intelligenza sociale, ma dipendente affettivamente. Nella realtà, le categorie resistono ad ogni tentativo di fissarle rigidamente. Ci sono persone che usano le parole senza troppa intelligenza ed estroversi con gravi dipendenze psicologiche e affettive. In ogni caso, la violenza fa male a chi la usa e a chi la subisce, sempre, in qualsiasi forma. Logora lo spirito, la personalità, gli affetti.

Scaricare la rabbia con le parole, nei momenti stress, è una tentazione comune. Se diventa un’abitudine, però, è una vera e propria patologia e può tradursi addirittura in un reato, sancito nel codice penale. Anche stereotipi espressi verbalmente e pregiudizi sono una forma di violenza, psicologica e morale. “Sarebbe un errore definirla una violenza di tipo minore”, dichiara Evan Stark, docente alla Rutgers University, autore del libro “Controllo coercitivo” sulla violenza psicologica sulle donne, in una intervista all’Huffington Post. “La gravità di questo genere d’abuso sta nella sua frequenza, non nella sua intensità, e nel suo effetto cumulativo”.

In una società confusa e sbandata quale quella in cui viviamo, di tanti individui soli e affannati nell’arrampicarsi in difficili esistenze, con rapporti sociali e sentimentali sempre più complicati, serve una educazione alla relazione e alla comunicazione verbale. La “scienza” della comunicazione “non violenta” si basa su poche semplici regole, messe in evidenza, tra gli altri, dalla ricercatrice Wayland Myers, autrice del libro “The Basics as I know and use them” (“Le basi che conosco e che uso”). Ci sono tre principi fondamentali: descrivere eventi, emozioni e bisogni senza esprimere giudizi; evitare insulti o un atteggiamento difensivo, esprimendo in modo chiaro all’altro i propri sentimenti, emozioni e desideri, con la consapevolezza che questi producono un effetto sull’altra persona; chiedere in modo esplicito e pacato ciò che si vorrebbe che l’altro facesse senza pretese, richieste accorate, imposizioni, minacce, manipolazioni mentali.

La regola più semplice, però, è quella più banale, la regola aurea: non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. E saper chiedere scusa, presto e sinceramente, dei nostri sbagli.

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5 COMMENTS

  1. Mi sarebbe piaciuto, però, un passaggio concernente l’ira di Gesù contro i mercanti del tempio… Esiste un aspetto, nella comunicazione verbale violenta, che serve a far capire la gravità del peccato a chi resiste con malizia alla correzione. Il Papa che grida ai mafiosi non ricade in nessuno dei casi citati, eppure è comunicazione verbale violenta…! :-)

    • È vero, don Paolo, c’è una comunicazione verbale che può apparire violenta, per il tono della voce o il volume, o per la forza del contenuto. Eppure consiste semplicemente nella potenza della verità.
      La “vera” violenza è nella volontà di ferire l’altro, di offenderlo, di attaccare e ridurre la sua dignità. Può usare toni pacati e perfino all’apparenza gentili. Ecco, la verità può essere violenta se usata per far del male, con la finalità di insultare e prevaricare. La forza della verità non è violenza. È mite anche quando usa toni e parole dure. Per quanto c’è da chiedersi, tra noi uomini tutti peccatori, chi possa pretendere di possedere un sano e puro giudizio di verità. Ma ci sono anche silenzi che appartengono alla categoria della violenza verbale, compreso il silenzio, tutt’altro che mite, sul male.
      Grazie per l’attenzione e per il prezioso e santo contributo, per una riflessione ulteriore della prospettiva della fede e del Vangelo.

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