660 CASI DI “BARBONI DOMESTICI” IN 12 ANNI: SOLI IN CASA EMARGINATI DALLA SOCIETÀ Vivono isolati nella propria abitazione, in cattive condizioni igieniche e con problemi di salute mentale

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I clochard non vivono solo in strada. Molte volte capita che persone anziane vivano la marginalità in casa propria, in cattive condizioni igieniche, in una condizione di isolamento relazionale, convivendo anche con patologie psichiatriche. E’ il cosiddetto “barbonismo domestico”, un fenomeno poco visibile nelle grandi città, ma che negli ultimi anni sta emergendo grazie al lavoro degli assistenti sociali e di alcuni servizi dedicati al problema. Le statistiche indicano un aumento per i prossimi anni. A fare una prima accurata analisi è il sociologo Luca Di Censi.

Solo a Roma sono 660 i casi di barboni che vivono tra le mura della propria casa, segnalati dal 2003 al 2014 alla Sala operativa sociale del Comune della Capitale. “E’ un fenomeno che riguarda tutte le fasce di popolazione esclusi i minori, ma a volte ci sono anche loro all’interno dei nuclei – spiega Di Censi -. L’isolamento relazionale è dovuto a traumi e può essere correlato a pregresse o insorte patologie psichiatriche a cui si associa tutta quella caratterizzazione tipica del barbone in casa: cattive condizioni igieniche o anche l’accumulo di oggetti”. E’ un fenomeno che viene alla luce “nel momento più catastrofico”, quando il vicinato lamenta cattivi odori o in situazioni ancora più critiche. Questo perché si tratta di “persone perlopiù non note alla rete dei servizi socio-sanitari o, seppur prese in carico in passato da servizi sanitari, non più agganciati ad essi”.

I dati raccolti parlano di soggetti anziani, soli e quasi tutti italiani: gli stranieri sono solo il 3%. Minima la differenza tra uomini e donne, con una lieve predominanza di queste ultime (sono il 51,7%), “da interpretarsi come un dato in linea con la distribuzione demografica nazionale”, specifica il sociologo. Le persone più interessate sono gli over 74: sono il 49%. Tra 65 e 74 anni sono il 21%. Non mancano poi quelli che non hanno ancora raggiunto i 65 anni, che rappresentano il 30% dei casi. “Un’età ampiamente correlata a pluripatologie – spiega Di Censi – oltre che a una serie di problemi di gestione della propria persona. Ovviamente queste criticità nella città di Roma assumono elementi distintivi più problematici, che spesso degenerano in forme di grave marginalità”.

Questi anziani solitari (6 su 10) spesso diventano barboni per scelta, per cause naturali o per rotture nelle proprie famiglie. Il 44% delle persone risulta celibe o nubile, il 27% sono vedovi. Solamente il 18% è coniugato e l’1& convivente, mentre si registra un 6% di divorziati e il 4% di separati. Più della metà di loro, il 51%, vive nella casa di proprietà. Il 15% è locatario presso case popolari o di enti, e solo il 25% alloggia da privati. Il 5% di loro è in emergenza abitativa: “La stabilità abitativa in questi soggetti è una costante, anche perchè il manifestarsi del barbonismo domestico, escluso alcuni casi, è graduale e l’inagibilità della casa avviene in un lungo periodo di tempo, di conseguenza è raro trovare persone che non abbiano una stabilità abitativa”.

Tuttavia, essere in possesso dell’abitazione in cui si vive e avere anche un reddito, però, non salva queste persone dalla marginalità, uno degli aspetti più critici dell’essere barboni. Lo dimostrano i dati raccolti dalla cooperativa sociale Ambiente e Lavoro Onlus da gennaio 2012 a dicembre 2015 durante lo svolgimento di un servizio domiciliare per oltre 300 casi di barbonismo domestico. “Gli utenti non possono essere identificati con una condizione di povertà economica poiché tra questi si registrano anche redditi al di sopra delle note linee di povertà”. Per questo, leggere il fenomeno in termini esclusivamente economicistici è “riduttivo e fuorviante. I soggetti in barbonismo domestico, infatti, dequalificano i loro averi o non sono in grado di gestirli e, di conseguenza, non riescono a soddisfare i propri bisogni scivolando in situazioni di grave marginalità fino alla povertà estrema. Il disporre di redditi e di un potere di acquisto equiparabili a quelli del ceto medio non è sufficiente a sfuggire a questa situazione di marginalità”.

I dati raccolti a Roma non hanno solo il merito di aver illuminato una zona d’ombra della marginalità nel nostro paese, ma permettono di avanzare ipotesi sul futuro. “Ci sono delle correlazioni quali l’invecchiamento, l’assottigliarsi delle reti familiari, sociali e se non si cambia direzione rispetto anche ad un welfare generativo e un maggiore coinvolgimento per ricostruire socialità nei contesti locali probabile che il fenomeno aumenti”, conclude Di Censi. C’è poi tutta quella fascia di persone dipendenti da sostanze, soprattutto oppiacei, che rischia di finire in questo nuovo girone. Persone che a causa dell’uso degli stupefacenti vivono già un isolamento relazionale e sono “maggiormente esposte al barbonismo domestico”. Tutte questioni che lasciano presupporre, secondo il sociologo, che il fenomeno “avrà una sua prevalenza maggiore negli anni”.

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