La rottamazione del partito

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Cambiare idea in politica, in fondo, è quasi normale. Anzi, a volte è necessario. Ma modificare strutturalmente l’impostazione data ad un percorso politico, quasi filosofico nella sua applicazione corrente, non è molto condivisibile. Assomiglia più al gioco delle tre carte che all’adattamento alla situazione. Tecnicamente è quello che sta facendo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, attorno a quel nodo gordiano che si dipana fra l’altalena referendum o plebiscito?

D’accordo, le riforme costituzionali, da tempo, sono il campo di battaglia preferito da Matteo Renzi per sfidare le opposizioni che aspettano l’appuntamento di ottobre con la speranza di poter dare la spallata definitiva al governo, andando al di là del fatto che in gioco c’è una partita un più importante di una leadership, visto che saremo chiamati a decidere sull’assetto della nostra democrazia e la nostra Costituzione.

Ridurre tutto ciò ad voto pro o contro il premier rischia di essere un po’miope. Peccato, però, che sia stato lo stesso presidente, nel corso della conferenza dell’ultimo dell’anno a presentare l’appuntamento in questo modo. “Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica”, dichiarò in diretta tv. Difficile ora trovare una coerenza con l’esternazione contenuta in una delle ultime Enews renziane: “Personalizzare lo scontro non è il mio obiettivo, ma quello del fronte del No”, ha scritto il presidente del Consiglio, già in campagna elettorale.

Fronte “che, comprensibilmente, sui contenuti si trova un po’ a disagio: ma davvero vogliono mantenere tutte queste poltrone? Questo bicameralismo che non volevano nemmeno i costituenti e che furono costretti ad accettare per effetto dei veti incrociati? Questa confusione insopportabile sulla materia concorrente tra Regioni e Stato centrale?”. Domande, retoriche, pure legittime. Peccato che facciano a cazzotti con la realtà. Davvero Renzi, ora, è preoccupato della portata del referendum oppure è seriamente impensierito dai sondaggi che non danno più per certa la vittoria dei sì? Il dubbio è quanto mai legittimo.

Gli esegeti del Renzi-pensiero potrebbero, però, smentire la presunta “giravolta” prendendo a prestito altre parole del capo. “Se io perdo con che faccia rimango? Non è che vado a casa, smetto di fare politica. Questa non è personalizzazione, è rispetto verso i cittadini”, spiegava Renzi l’8 maggio dalla poltroncina di Fabio Fazio. In quell’occasione aveva rispedito al mittente la critica di voler trasformare il referendum sulla costituzione in un referendum su se stesso.

Tutto chiaro, quindi? Non proprio. Perché tra chi criticava il premier di personalizzazione c’èra anche l’ex presidente della Repubblica, e vero tutor di Matteo, Giorgio Napolitano. In una intervista al Corriere il 3 maggio l’ex capo dello Stato annunciava il suo endorsement per il sì, aggiungendo però che Renzi “non avrebbe dovuto dare questa accentuazione politica personale”. Forse l’inversione di rotta è partita da qui.

Un “ragionamento” che varrebbe anche in caso di vittoria. Non “un trofeo che Renzi possa impugnare”, visto che “non è un’incoronazione personale”. Va detto che in questi mesi, Renzi non ha aiutato a dissipare i dubbi interpretativi. Altro dettaglio.

Il 14 aprile, alla domanda del rischio personalizzazione, il premier rispondeva in diretta Facebook che sì, il rischio esisteva. Mettendo però in chiaro: “C’è la riforma costituzionale deve essere votata sul Senato, sulle Regioni, sul funzionamento della democrazia e non su di me. Poi è chiaro che devo trarre le conseguenze se non ce la facciamo e vada a casa”. Se volete, siamo di fronte a numerose variazioni sul tema che non tengono conto dell’angolo di visione dell’elettore ma considerano solo la prospettiva del premier. Ed è questo il problema di fondo. Uso ed abuso della personalizzazione, nell’era della politica leaderistica.

Stessa storia il 12 aprile, giorno dell’ok definitivo alla Camera della riforma, quando non rinunciò a lanciare una stilettata alla riottosa minoranza dem: “Il no al referendum sulle riforme è inspiegabile con argomenti di merito. Si spiega solo con l’odio personale verso di me”. Il capo sono io, tanti nemici tanto onore quindi. Fatto sta che il 21 maggio con squilli di tromba da Bergamo parte la campagna referendaria: “Inizieremo il nostro cammino verso il referendum di ottobre, inaugurando i primi comitati di semplici cittadini. C’è un’Italia che dice sì e che non vuole fermarsi. Che non vuole tornare alla palude, all’ingovernabilità, agli inciuci”, ha ribadito il premier.

“Questa Italia è un’Italia più grande di un singolo partito, di un presidente del Consiglio, di un gruppo di politici. E a questa Italia vogliamo chiedere di darsi da fare”. Insomma, il sì non è per lui ma per l’Italia che non vuole tornare agli inciuci e alla palude”. Resta solo un dubbio: quante Italie esistono ? E quanti premier? Di dottor Jekill e Mister Hide non ne sentiamo affatto la mancanza.

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