LIBIA, RAPITI SEI LAVORATORI EGIZIANI I giovani prelevati dalla loro abitazione ad Al Bayda, città industriale capoluogo di Jebel Al Akhdar

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È ancora rischioso lavorare in Libia, soprattutto per i cittadini stranieri. Venerdì scorso sei lavoratori egiziani sono stati rapiti da un gruppo di uomini armati che li ha prelevati dalla loro abitazione ad Al Bayda, la città industriale capoluogo della regione di Jebel Al Akhdar (la “montagna verde”) in Cirenaica, una delle tre regioni (assieme alla Tripolitania e al Fezzan) in cui è suddiviso il Paese. La notizia è stata resa nota solo nelle ultime ore dai familiari dei sei giovani via Twitter ed è stata anche diffusa dal sito web egiziano Al Mogaz. Non si esclude che il rapimento sia stato compiuto da elementi dell’Isis: la città, infatti, è sotto il controllo delle milizie dello Stato islamico dal 2014. I nomi dei sei rapiti sono: Ibrahim Al Galid, Shehata Ahmed, i fratelli Mimi e Fawzy Rageh, Abdel Tawab, Mohamed Abdelsalam e Saad Ryad, apparentemente di religione musulmana.

È ancora fresco il ricordo della vicenda di Gino Pollicardo di Monterosso, uno dei quattro tecnici italiani rapiti in Libia il luglio scorso e tornato a casa ai primi in marzo. Pollicardo era stato catturato con i colleghi mentre tornava al posto di lavoro. È sopravvissuto a 8 mesi di prigionia, insieme al collega Filippo Calcagno, perché sono riusciti a liberarsi da soli dal nascondiglio in cui erano stati rinchiusi. Gli altri due colleghi – Salvatore Failla e Fausto Piano – non hanno avuto altrettanta fortuna e sono morti nel paese nordafricano. In Libia, un Paese senza pace da 5 anni, diverse bande criminali, milizie rivali e gruppi jihadisti si contendono il territorio, utilizzando gli stranieri come merce di scambio per denaro o per guadagnare spazio politico.

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