Perché le mamme vanno aiutate

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In fatto di nascite siamo ormai agli ultimi posti in Europa con un tasso che continua inesorabilmente a scendere. Nel 2015 sono nati soltanto 488 mila bambini, 15 mila in meno rispetto al 2014, con un tasso di fecondità pari a 1,35 figli per donna e in diminuzione per il quinto anno consecutivo. Insomma, un vero disastro che mina alla base la speranza nel domani degli italiani.

Continuando così prima o poi verrà a mancare la materia prima per il necessario e naturale ricambio generazionale con conseguenze che possiamo immaginare si ripercuoteranno per diversi aspetti sulla crescita e il benessere del Paese. Gli immigrati hanno portato un contributo importante in questo senso ma sicuramente da solo non basta ad invertire la tendenza in atto che deve ripartire necessariamente e soprattutto dal proprio interno.

Un pensiero speciale lo vogliamo rivolgere anche a quelle lavoratrici immigrate madri che, loro malgrado, operano nell’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia, costrette a far crescere i figli lontano, con tutte le conseguenze affettive su di esse e sui propri figli; basti pensare ai dati che evidenziano un alto tasso di suicidi tra gli adolescenti stranieri lasciati soli nei paesi di origine. Ci piace pensare che in occasione della Festa della Mamma non ci si sia limitati soltanto a parlare di quanto sia importante la figura materna ma diventi finalmente il momento di svolta per iniziare ad affrontare e discutere seriamente di rilancio della maternità, questione non nuova e per questo bisognosa di interventi urgenti e concreti in grado di restituire ad essa il suo vero valore sociale, di investimento nel futuro.

E quando si parla di un tema come questo non si può non partire dal lavoro perché il desiderio di diventare mamma mal si concilia con esso per via dei tanti ostacoli presenti e per le tante questioni individuate e come sempre non ancora portate a soluzione. Proprio la maternità rimane, infatti, la “madre” di tutte le sfide per le lavoratrici. Secondo studi recenti una donna su 3 lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio: in presenza di un figlio lavora il 57,8% delle donne, di due figli il 50,9%, di tre solamente il 35,5%. Ma la cosa che colpisce di più le donne è trovarsi forzatamente davanti a un bivio, scegliere tra il desiderio di avere un figlio e la carriera lavorativa e in molti casi rinunciare alla maternità.

Rinuncia collegata direttamente anche alla inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità – in Italia, ad esempio, solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici – e mancanza di politiche finalizzate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, anche attraverso il potenziamento della contrattazione di secondo livello, e di condivisione delle responsabilità familiari che pesano ancora, purtroppo, esclusivamente sulle spalle delle donne.

Le lavoratrici italiane secondo Eurostat dedicano alla cura familiare più tempo di tutte le altre donne europee. Nel Rapporto “Le Equilibriste – Da scommessa a investimento: maternità in Italia”, inoltre, pubblicato da Save the Children prima della Festa della Mamma, si parla, con riferimento alle regioni più “mother friendly”, di un’Italia divisa in due: le regioni del nord mostrano in generale condizioni più favorevoli alla maternità mentre il sud a riguardo offre decisamente molto poco.

Come ha detto in questi giorni il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “bisogna unire politiche del lavoro, politiche di sostegno familiare e politiche di conciliazione tra cura della famiglia e lavoro”. “Non è vero – ha aggiunto – che il lavoro delle donne va a scapito della famiglia. E’ vero il contrario, senza il lavoro delle donne non si formano famiglie di giovani” e quindi – aggiungiamo noi – non si fanno figli. Dunque, l’auspicio, per noi donne della Cisl, è che la politica affronti al più presto il problema maternità/lavoro nella consapevolezza che si tratti di un investimento per lo sviluppo del Paese e non di un costo per la società.

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