Il “miracolo” di Giovanni

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Ci sono episodi nella vita che riescono a trasformare una lacrima in un sorriso, una tragedia in un insegnamento che va oltre l’effimero tempo della nostra esistenza. Quando accadono commuovono, ma non deve essere quello il sentimento principale. Bisogna andare oltre il pianto per cogliere il senso profondo di un’esistenza, la nostra, spesso abbarbicata all’inutile, all’effimero, all’egoismo relativista. Quando ciò accade è un dono preziosissimo che non può essere gettato via o travolto dall’indifferenza del quotidiano.

Ecco perché la storia di Giovanni Ignaccolo merita una riflessione in più, un momento di approfondimento; per lui, il suo coraggio, ma soprattutto per noi. A sette anni, dopo quattro passati in ospedali, tra ricoveri, interventi e trasferimenti in diverse strutture, Giovanni è morto. Ma prima della fine del calvario, questo bambino ha chiesto ai suoi genitori di realizzare il suo ultimo desiderio: “Comprate con i miei risparmi un’attrezzatura per l’ospedale. Servirà per gli altri bambini”. La sua malattia non era congenita, ma è arrivata dopo una bruttissima caduta dalle scale.

Un incidente per il quale in molti avrebbero passato il resto della vita ad imprecare. Giovanni non solo non l’ha fatto, lottando con tutte le sue forze nel pieno della sua innocenza e del suo candore, ma prima di morire ha pensato agli altri. “Altruismo”, una parola della quale oggi si è perso il significato; si pensa ai diritti, intendendo con questo i “propri”, si dimenticano quelli altrui. Accade con la famiglia, con la fecondazione, con la scuola; tutti argomenti al centro di un dibattito internazionale che vede come punto focale il concetto di diritto, buono solo per chi ha la forza di esprimersi. I nascituri – tanto per essere chiari – non hanno voce e dunque nemmeno diritti.

Ma l’insegnamento di Giovanni va oltre e scava nelle singole coscienze. Troppo presi con i nostri problemi per poter solo pensare a quelli degli altri, in un rapporto singolo ed esclusivo con la vita per cui i nostri guai sono l’Everest dal quale guardare tutto dall’alto verso il basso; non c’è nulla di più importante, non riusciamo a vedere il mondo (e le sue tragedie) nella reale complessità delle cose. Esiste il nostro io, il nostro impedimento, la nostra aspettativa. Eccolo il relativismo dal quale già anni fa Benedetto XVI ci aveva messo in guardia; si riverbera nelle decisioni dei governi come nella vita delle persone.

Poi ti capita di conoscere la storia di un ragazzino di 7 anni che, pur consapevole di essere stato sfortunato tanto da perdere la vita, riesce a non concentrarsi su di sé ma a pensare agli altri esseri umani. Un concetto che – diciamolo – tutti siamo bravi a interpretare quando le cose vanno bene, ma che dimentichiamo al primo inciampo serio. Giovanni non è sopravvissuto alla malattia, ma nel mondo di oggi, il suo insegnamento è un piccolo miracolo.

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2 COMMENTS

  1. Il Miracolo di chi sa Amare!
    Il Miracolo di chi sa Donare
    tutto ciò che È ed ha per Amore
    come ci ha insegnato nostro Signore
    per Essere nell’Immensità del Creatore!
    Un abbraccio: Piera Angela Feliciani 16/05/2016.

  2. C’era un altro bambino come Giovanni, di cui da piccolo avevo letto. negli anni ’50 c’era l’editrice AVE
    si chiamava
    Guy del DeFontgalland. il libretto in italiano riportava la sua (breve) Biografia con il sottotitolo “il bimbo del sì”
    In rete c’è chi ne ha perpetuato la memoria.
    Ma si sa, questi episodi si perdono nel tempo.
    Questi episodi per i credenti restano nella memoria. per i media che si occupano più di guerre, politica ed omicidi “famosi” si perdono nel flusso del tempo
    Ora Guy ha un coetaneo con cui giocare
    Domani i media avranno già dimenticato
    Buoni giochi bimbi!
    e proteggete questi adulti, Gesù dava retta ai bimbi e non parliamo della Sua mamma.
    andate voi a chiedere per noi

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