Donne diacono, facciamo chiarezza

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diaconesse

Certamente è da approfondire il ruolo delle diaconesse nella Chiesa primitiva e papa Francesco ne ha accolto l’invito nella udienza con le 900 rappresentanti dell’Unione Internazionale delle superiori generali il 12 maggio. Va detto che non si tratta di sacerdozio il quale per disposizione divina è riservato all’uomo. Giovanni Paolo II si è espresso ex cathedra con definizione dogmatica irreversibile nella lettera “Ordinatio sacerdotalis” (22 maggio 1994) nell’ambito preciso del presbiterato ed episcopato (Cf CCC 1554). Il diaconato, pur essendo primo grado del ministero apostolico (diaconato, presbiterato, diaconato) – si noti il linguaggio più ampio di quello di ministero sacerdotale – (CCC 1536) non appartiene al ministero sacerdotale ed è ad esso finalizzato come aiuto e servizio (CCC 1554).

La problematica che papa Francesco ha raccolto è quello di vedere se le diaconesse della Chiesa primitiva erano ordinate (in modo sacramentale o solo ecclesiale), e questa chiarificazione sarebbe un bene per la Chiesa, per un rilancio adeguato del ruolo della donna al suo interno. Papa Francesco pone la condizione che le ipotetiche donne diacono non siano “clericalizzate”, cioè vivano la loro realtà secolare segnata dall’impronta cristiana; possano quindi essere sposate e libere di svolgere attività civili, come anche ecclesiastiche in qualche ufficio di curia, anche vaticana e con responsabilità e opportuni spazi decisionali.

Come si vede il Papa non ha una sua eventuale opinione, e tutto mette nelle mani di una commissione. Afferma che la sua intenzione non è quella di favorire il femminismo, ma di accogliere maggiormente nella Chiesa la sensibilità della donna, quale si potrebbe avere con l’istituzione di diaconesse (si lasci da parte se con ordinazione sacramentale o ecclesiale).

Evidentemente Papa Francesco pone in discussione quanto nel 2001 l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, poneva in una lettera (unitamente ai prefetti del Culto divino e disciplina dei sacramenti, Medina Estevez, e del Clero, Castrillon Hoyos) in cui si affermava che “non è lecito porre in atto iniziative che, in qualche modo, mirino a preparare candidate all’ordine diaconale”. Ovviamente il card. Ratzinger pensava all’ordine diaconale sacramento e non come semplice investitura ecclesiale.

Non sono mancati studi sul problema e non mancano i dati per svolgerli.
I primi dati che possiamo avere è che Paolo nella lettera ai Romani parla di Febe diaconessa della chiesa di Cencre (Rm 16,1), che “prestava assistenza”. Plinio il giovane in una lettera a Traiano dice che ha sottoposto alla tortura due diaconesse che definisce ministrae.

Risulta, allo stato attuale delle ricerche, che le diaconesse erano impiegate per aiutare le donne nel battesimo che avvenendo per immersione erano spogliate. Immerse nell’acqua il sacerdote senza guardare poneva la mano sul capo è le immergeva tra volte nell’acqua. Le diaconesse presiedevano alle opere di carità per le donne ammalate e bisognose. Andavano a sostenere le donne in prigionia qualora non fosse possibile inviare un diacono. Aiutavano i presbiteri nelle loro necessità e anche erano partecipi nell’azione capillare di evangelizzazione.

Alcuni affermano che venivano ordinate al servizio ecclesiale con l’imposizione delle mani, ma altri autori dissentiscono. Non era una ordinazione sacramentale, ma un’ordinazione ecclesiale. Tale ordinazione raggiunse un livello meno solenne in una benedizione (Concilio di Laodicea e Concilio di Orange). Nelle chiese orientali c’era una liturgia di assunzione al servizio delle diaconesse che aveva similitudini con l’ordinazione dei diaconi.

Le donne dovevano avere una certa età, se vedove non dovevano rimaritarsi e se vergini non si dovevano poi sposare. Aspettiamo i risultati della ricerca che per primi sommi, e certamente incompleti, capi abbiamo configurato.

don Paolo Berti, membro del Gris

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