Unioni civili: la dittatura della maggioranza

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renzi cirinnà

È stato approvato con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti il ddl Cirinnà sulle unioni civili. Un testo di legge che – è stato detto – dovrebbe servire a equiparare diritti, ma sembra invece discriminare. La prima parte, infatti, è riservata esclusivamente alle coppie omosessuali, alle quali riconosce gli stessi diritti dei coniugi, a tutti gli effetti, escludendo soltanto l’obbligo di fedeltà. L’unione civile omosessuale si “celebra” davanti ad un pubblico ufficiale, valgono le stesse regole per il divorzio, compreso il mantenimento, i due uniti possono scegliere il regime patrimoniale di comunione o di separazione dei beni e il cognome di uno dei due, viene riconosciuto la reversibilità della pensione, la legittima ereditaria, il subentro nel contratto di locazione.

Si conclude così lo “straordinario” iter parlamentare di un disegno di legge che ha spaccato la società italiana, imponendo una concezione di famiglia che non corrisponde al dettato della Carta Costituzionale della Repubblica italiana né al sentire della maggioranza degli italiani. È il lutto della democrazia. Ed è il lutto del “popolo della famiglia”, oltre un milione di italiani che, il 30 gennaio di quest’anno, si era riunito a Roma, per dire che la famiglia è una, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e aperta alla procreazione e all’assistenza dei figli come dichiara l’art. 29 della Costituzione.

Per la prima volta, una legge è stata discussa e approvata direttamente in aula, al Senato, il 26 febbraio 2016, e oggi alla Camera, senza essere esaminata in Commissione. Ma vediamo qual è la storia di questo contrastato disegno di legge, che porta il nome della senatrice del Pd Monica Cirinnà che lo ha presentato ed è stata relatrice in Commissione Giustizia, il 18 giugno 2013, insieme al co-relatore Ciro Falanga (Alleanza liberal-popolare Autonomie). All’origine, non c’era distinzione tra coppie omosessuali ed etero, ma riguardava le convivenze di fatto.

Il presidente della Commissione Nitto Palma ha proposto di fare questa distinzione il 2 luglio 2013. Questa distinzione, tra unioni civili di coppie omosessuali e convivenze di fatto di coppie eterosessuali nel ddl Cirinnà è anche il risultato dell’unificazione in un solo disegno di legge di altri ddl, presentati da altri parlamentari del Pd (Andrea Marcucci, Giuseppe Lumia, Emma Fattorini) e di Maurizio Sacconi, del Ncd.
Questa proposta di legge è stata depositata il 2 luglio 2014 e poi, dopo una lunga sospensione, il 17 marzo 2015. Il 19 marzo 2015, il Gruppo parlamentare di Forza Italia presenta un disegno di legge alternativo, ma il 26 marzo a maggioranza si decide di proseguire con il ddl Cirinnà, fissando al 7 maggio (poco più di un mese) il termine ultimo per la presentazione di emendamenti.

Il 16 giugno, il presidente Palma stabilisce quali emendamenti ammettere e quali no. Il 23 giugno la stessa Cirinnà presenta tre nuovi emendamenti. Viene fissato al 29 giugno la data ultima per i subemendamenti. Il Governo e la Commissione Bilancio danno parere positivo. Il 31 luglio inizia la discussione dei quasi 1500 emendamenti. Il 6 ottobre, mentre ancora sono in discussione, viene annunciata la presentazione di un nuovo ddl Cirinnà (n. 2081), di cui è relatrice la stessa senatrice, che relaziona il 12 ottobre nella notte.

Questo nuovo ddl non è stato mai esaminato in Commissione, in aperta violazione del dettato dell’art. 72 della Costituzione. Il 2 febbraio 2016 l’Aula respinge le pregiudiziali di costituzionalità. L’11 febbraio, 51 parlamentari presentano alla Corte Costituzionale il conflitto di attribuzione per violazione dell’art. 72. Il 16 febbraio, il M5S decide di non votare il cosiddetto emendamento “canguro”, che serviva per “saltare” la discussione del testo di legge e degli emendamenti al Senato. Per questo ddl sono stati presentati oltre 4.300 emendamenti, poi ridotti a 1800. Il segno di quanto questo testo di legge non corrisponda ad una cultura e posizione etico-sociale condivisa. Viene stralciato parte dell’art. 3, che prevede l’obbligo di fedeltà, e l’art. 5, che contiene il cosiddetto “stepchild adoption”, il diritto per un partner della coppia omosessuale di adottare il figlio dell’altro partner. Il 24 febbraio è stato approvato al Senato con 173 voti favorevoli e 71 contrari.

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