Siamo ancora analfabeti

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Uno dei tormentoni degli ultimi mesi è quello relativo alla ripresa italiana, il premier Renzi ne ha fatto una bandiera mostrando i primi risultati positivi di crescita del Paese dopo anni di recessione. Invero una flebile crescita positiva è un segnale incoraggiante per tutti anche se non strutturale ma dovuta a una particolare congiuntura di prezzi delle materie prime bassissimi e di tassi d’interesse schiantati. Esiste, però, un settore spesso sottovalutato quando si parla di risultati economici che è quello della cultura.

Non è un mistero che un trend di crescita continuativo discenda, oltre che dalla situazione tecnologica e istituzionale, da fattori umani che, nascosti dietro il termine produttività, racchiudono diversi campi compreso quello dell’istruzione che rappresenta il fondamento su cui costruire le competenze di ogni singolo individuo, ogni singola risorsa umana per usare un freddo termine aziendalistico, e il suo futuro professionale.
Già un paio di anni fa l’Ocse denunciava una percentuale elevata di analfabeti funzionali nella penisola, ben superiore alla media dei paesi aderenti e questo rappresenta un problema.

Cos’è l’analfabetismo funzionale, innanzitutto? Si definisce tale l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazione della vita quotidiana. Questo trascende la critica alla “everyday mathematics” che, pur portando i bambini nordici ai vertici dei risultati nei test Ocse-Pisa, ha loro tolto la capacità di astrazione e di comprensione della materia e nemmeno del digital devide che ancora affligge il Paese nelle competenze informatiche, la crescita dell’analfabetismo funzionale è un punto di criticità in qualsiasi tentativo di ripresa di un sistema economico e sociale, poiché va a intaccare le competenze minime non per essere un manager o un professionista di buon livello ma per poter interagire con il mondo che ci circonda.

Il tasso di analfabetismo funzionale in Italia è stimato al 47% della popolazione residente, in pratica un italiano su due non riesce a leggere un testo di media difficoltà né, tanto meno, un contratto di lavoro o di accensione di un utenza telefonica, ad esempio. Contemporaneamente la produzione scritta raramente va oltre l’apposizione della propria firma e le competenze matematiche poco al di là del conteggio della spesa alimentare. Questa situazione riduce in maniera drastica anche la capacità di attenzione cosa che ha influito anche sulla durata delle puntate dei serial televisivi passati in pochi anni da 60 minuti a poco più di 45, che non deriva dall’inserimento degli spot (critica prevedibile) poiché destinate soprattutto al sistema delle pay tv.

L’origine, forse, non è dovuta al modello di società in cui viviamo, che si è adattata alle esigenze e ai comportamenti dei cittadini, ma va ricercata ben più in profondità, addirittura nel modello educativo della scuola pubblica. Non è un mistero che negli ultimi cinquant’anni il sistema dell’istruzione sia cambiato tantissimo; abbandonato il modello gentiliano è passato attraverso numerose riforme che, a tutti gli effetti, hanno ridotto sia i contenuti del piano formativo che gli stimoli culturali in un’ottica di egualitarismo sterile che sta sfociando in questi giorni nella contestazione non solo alle prove Invalsi ma addirittura al sistema di valutazione nelle scuole.

L’inefficacia della scuola dell’obbligo sfocia nel report, recentemente pubblicato, di Save the Children che mostra un spaccato dell’Italia drammatico, dove il 48% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro, se non quelli scolastici, nell’anno precedente. Il 69% non ha visitato un sito archeologico; il 55% non ha mai messo piede in un museo. Quest’immagine è terrificante poiché una quota quasi maggioritaria dei bambini italiani, uno su due in pratica, non solo non ha stimoli culturali ma non leggendo e non conoscendo le meraviglie del passato perde la possibilità di avere degli stimoli a crescere, a conoscere e, in definitiva ad affermarsi.

Al di là della povertà economica che potrebbe essere causa di una difficoltà all’accesso agli strumenti educativi le cifre parlano di una vera emergenza legata a una povertà educativa allarmante che si trasforma, poi, in una difficoltà, forse insormontabile, nel costruirsi un futuro, forse addirittura nell’immaginarselo.

Forse, dico forse, di fronte a questi dati sarebbe opportuno fermare un secondo la macchina politica, smettere di accapigliarsi su questioni di lana caprina come si assiste ogni giorno nei talk show, e cominciare un serio ragionamento su come si vorrebbe costruire il futuro. Non solo di tasse e di burocrazia sta morendo l’Italia ma, in maniera anche più drammatica, anche di un gap culturale e cognitivo che porta, inesorabilmente, al disinteresse per tutto quello che non riguarda il proprio piccolo mondo come ai tempi della servitù della gleba. Se la tendenza non si invertisse il declino inesorabile sarebbe tracciato.

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  1. Condivido completamento il contenuto dell’articolo e desidero aggiungere che nel medio e lungo periodo, ovvero quando non saranno più presenti le generazioni degli attuali sessantenni ed oltre, le conseguenze per la nostra società saranno oltre che negative anche imprevedibili. La conseguenza più rilevante consiste nella creazione di una società dove il concetto di cultura, e il suo esercizio al servizio della collettività ben oltre scuola e università, si andrà perdendo e prevarranno forme di informazione strumentale e incontrollate. Se non esite cultura, affermò anni orsono un parlamentare cattolico aretino defunto, non può esistere buona politica al servizio del bene comune, oggi trasformato in un modo di dire. Se non esisterà cultura come lo intende la mia generazione non vi sarà senso dell’etica sua cristiana che laica, non vi sarà senso dello Stato e della collettività.

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