IN CARCERE A TESTA IN GIÙ

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Le autorità irachene stanno tenendo spesso innocenti sospetti di “terrorismo” in condizioni disastrose in tutto il Paese e non hanno alcuna capacità di elaborare i casi. È la denuncia di Amnesty International, secondo cui le condizioni delle prigioni in Iraq dove vengono tenuti i sospettati “sono scioccanti”. Una delegazione del gruppo per i diritti, compreso il suo segretario generale Salil Shetty, ha potuto visitare uno di questi centri in Amriyat al-Fallujah, ad ovest di Baghdad. “Abbiamo visitato un centro di detenzione nel quale c’erano 700 persone confinate, rinchiusi lì per mesi”, ha detto Shetty ad AFP.

Dopo la caduta di Saddam, la situazione in Iraq è precipitata. Oggi il caos sta divorando l’ordine politico in Iraq Impegnato in una battaglia interna contro l’Isis. Poco tempo fa migliaia di sciiti, spronati dal chierico Moqtada al Sadr, hanno fatto irruzione nella Zona verde di Baghdad e occupato il parlamento, chiedendo le dimissioni del premier Haider al Abadi e un serio processo di rinnovamento politico. Le milizie appoggiate dall’Iran dominano le aree del paese a maggioranza sciita, mentre il Kurdistan iracheno, a nord, si autogestisce, e i sunniti ad ovest subiscono l’Is e la campagna militare contro questi ultimi. La strategia anti Isis degli Stati Uniti poggia sul premier al Abadi, che però esercita una presa sempre meno stretta sul Paese. La reazione è l’inasprimento dello stato di polizia.

Un atteggiamento comprensibile, vista l’intensità del rischio terroristico, ma che sta provocando altri guasti. Basta un sospetto, spesso una delazione, e si viene sbattuti nel buio delle prigioni. Più che per contrastare il singolo caso per mandare un messaggio agli altri possibili terroristi. “Le condizioni in cui sono tenuti – spiega ancora Salil Shetty – sono devastanti: alcuni vengono tenuti in un metro quadrato o giù di lì a persona, spesso si ritrovano anche a testa in giù senza possibilità di muoversi”, ha detto. “I servizi igienici, dove c’è posto, sono nella stessa stanza. Il cibo è scarsissimo”.

Donatella Rovera, consulente senior di risposta alle crisi di Amnesty, ha detto che il centro – gestito da forze anti-terrorismo iracheno – ha a disposizione solo quattro investigatori per elaborare tutti i casi in sospeso, ed è sopraffatto da un lavoro che non riesce a smaltire. Anche perché arrivano sempre nuovi “casi”. Uno schiaffo al diritto alla GIustizia.

Amriyat al-Fallujah è nella provincia occidentale di Anbar, dove le forze di sicurezza stanno combattendo i miliziani dello Stato Islamico. Le operazioni militari hanno spostato un numero enorme di civili nella provincia, e migliaia di uomini sunniti sono stati arrestati con l’accusa di attività terroristiche e tenuti in isolamento. “Nemmeno uno di loro è stato formalmente incriminato. Sono lì per mesi e mesi perché le autorità locali non hanno alcuna capacità di indagare su questi casi”, ha detto Shetty. “Le stesse autorità locali hanno ammesso che non sanno nemmeno come queste persone siano finite lì, e pensano la maggior parte di loro siano innocenti”.

I membri del team di Amnesty detto che non avevano alcuna conoscenza dell’esistenza del centro di detenzione né dei 700 uomini detenuti al suo interno. “È sintomatico di un problema molto più grande perché abbiamo incontrato 700 di loro, ma ci sono molti di questi luoghi in tutto il paese”, ha detto Shetty.

È una delle tante storie “restituite” dalle periferie del mondo, dove la guerra, le atrocità, le vendette, la povertà e la disorganizzazione di fondo lasciando sul terreno sempre più vittime. E viene alla mente quando in pompa magna le autorità irachene chiusero Abu Ghraib, la prigione tristemente nota per gli abusi commessi dal regime di Saddam Hussein e dalle forze americane durante l’occupazione dell’Iraq; venne usata come centro di torture sotto Saddam, e si stima abbiano perso la vita circa 4.000 detenuti. Il carcere, chiuso nel 2006, riapre i battenti il 21 febbraio 2009; completamente ristrutturato ed ammodernato il penitenziario è stato ribattezzato Baghdad Central Prison. Il 16 aprile 2014 il carcere richiude, dopo un’evasione di massa. La domanda è: quante altre Abu Ghraib ancora esistono?

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