DIRETTORE DI AL JAZEERA CONDANNATO A MORTE, RINVIATO L’EX PRESIDENTE MORSI L’accusa è quella di avere ottenuto documenti legati alla sicurezza dello Stato e di averli consegnati al Qatar

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Il deposto presidente egiziano Mohamed Morsi è scampato alla pena di morte in un quarto processo a suo carico conosciuto come “spionaggio per il Qatar”; i giudici hanno deciso di rinviare il suo caso a un’altra udienza. Lo si è appreso alla corte di assise del Cairo che ha deferito al Gran Muftì il fascicolo di sei degli 11 imputati, chiedendo quindi per loro la pena capitale, ma non quello dell’ex dirigente della Fratellanza musulmana. Muḥammad Mursi Isa al-Ayyaṭ, politico egiziano del Partito Libertà e Giustizia classe 1951, era stato Presidente a seguito delle elezioni del 2012. È stato il primo politico ad assumere tale carica con elezioni democratiche; il suo obiettivo programmatico comprendeva quello di ridare dignità agli egiziani in uno Stato “non teocratico”, ma che facesse riferimento diretto alla Sharia, ossia la Legge coranica. È rimasto in carica per circa un anno, fino al 3 luglio 2013, quando venne deposto da un colpo di Stato militare. Morsi aveva vinto con oltre 13 milioni di voti, pari al 51%, contro i 12 milioni di Ahmed Shafiq (48%), ultimo Primo ministro di Mubarak.

Tra le sei condanne a morte emesse ieri in primo grado nel processo per spionaggio per il Qatar, c’è anche il nome del direttore giornalistico di Al Jazeera. Lo si è appreso alla Corte d’assise del Cairo. I coimputati sono cinque uomini (il direttore Ibrahim Hilal, il giornalista di Al Jazeera Alaa Sablane, Ahmed Abdo Afify, Mohamed Adel el-Kelany, Ahmed Ismail) e una donna (Asmaa El-Khatib). Per tutti loro l’accusa è quella di avere ottenuto documenti legati alla sicurezza dello Stato e di averli consegnati al Qatar. La rete televisiva satellitare con sede in Qatar ha però respinto le accuse: “Il network – si legge sul suo sito web – ha negato di avere collaborato con l’ex presidente egiziano Morsi, espressione della Fratellanza Musulmana, deposto a luglio 2013 con un golpe militare”. La sentenza sarà ora verrà esaminata dal Gran Muftì; la conferma si attende per il 18 giugno.

Altri tre giornalisti della tv accusata di appoggiare la Fratellanza musulmana erano stati al centro di un lungo caso giudiziario iniziato alla fine del 2013. L’allora protagonista fu l’australiano Peter Greste, condannato a sette anni di reclusione, poi rilasciato nel febbraio del 2015 e ricondannato in contumacia per diffusione di notizie false in favore di Morsi. Condanne simili furono inflitte all’egiziano-canadese Mohamed Fahmy e all’egiziano Baher Mohamed, poi scarcerati nel settembre scorso.

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