Il senso della misericordia

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Juan Javier Flores Arcas

Con tristezza dobbiamo constatare che, ai nostri giorni, la misericordia è diventata un termine equivoco, qualcosa di simile a ciò che avviene con l’amore. I nostri contemporanei parlano spesso di una misericordia puramente umana, simile, se non addirittura equipollente alla solidarietà. Per Sant’Anselmo, invece, la misericordia è un termine che descrive ciò che Dio ha fatto per noi.

In questo senso infatti possiamo dire che la misericordia sia il modo, meraviglioso e ineffabile, nel quale Dio ci ha liberati dai nostri mali e ci ha restituiti gratuitamente ai beni che avevamo una volta, prima del peccato degli inizi. Ciononostante, questa prospettiva non riesce a spiegare esaurientemente il concetto anselmiano di misericordia. Egli considera che, pur essendo paradossalmente meraviglioso quanto Dio ha fatto per noi – consegnarsi alla morte –, ancor più grande è l’amore e la tenerezza che ha mostrato per noi (CDhI, 3). Avviene così il passaggio dalla liberazione all’amore, dalla ragione alla tenerezza, dall’intellectus all’affectus.

Per cercare il senso profondo di questa misericordia, dunque, Anselmo parte dal presupposto che proprio a causa del peccato di disobbedienza di un uomo, il peccato stesso è entrato nel mondo. Ecco perché, ne consegue Anselmo, attraverso l’obbedienza di un altro Uomo, Dio ci ha restituito la vita (Rm 5, 19; CDhI, 3). Infatti, unicamente l’obbedienza, frutto di una volontà di consegna spontanea e generosa di se stesso alla morte, sarà ciò che otterrà la vita per tutti (CDhI, 8). È la volontà spontanea di consegnarsi agli altri come dono d’amore. La misericordia, pertanto, appare in maniera evidente come un’obbedienza risanante che ci ridona la libertà.

Notiamo il vocabolario che usa Anselmo quando parla sulla misericordia: ingiustizia, liberazione, consegna, obbedienza, morte. Esso ci rivela il tipo di misericordia della quale egli parla. Non è una virtù umana, né un sentimento in favore degli altri. Si tratta invece, della misericordia limite, radicale, ultima, come egli stesso la chiama: «Nos autem loquimur de ultima misericordia» (CDhI, 24). Non è una nostra opera. È l’opera di giustizia che Dio fa per donarci una gioia senza limiti, scavalcando anche il limite ultimo della morte. Questa è l’«unica» misericordia che ci perdona i peccati, ci restituisce la vita ed è alla base di qualunque altra misericordia. È l’«unica» misericordia della quale ci è lecito parlare.

Un’ulteriore passaggio nel pensiero anselmiano poi ci descrive la misericordia non come sola opera di Dio, ma anche come un’opera di restituzione da parte dell’uomo. Viene da Dio a noi e ci coinvolge per farci ritornare a Dio. Non ci lascia al margine, perché siamo stati protagonisti del peccato. L’uomo aveva tolto ingiustamente a Dio quanto ad Egli gli era dovuto: la lode, l’adorazione, l’adempimento del suo piano originale, l’obbedienza al suo disegno di amore, l’armonia da lui creata, la bellezza degli inizi. Questo disordine, questa disarmonia esige da parte dell’uomo un dono gratuito da parte sua, perché possa ritornare all’amicizia originaria, all’amore, alla bellezza della comunione con Dio (cf. CDhI, 20).

Ecco il dono: ridare molto di più di quanto l’uomo ha preso per sé. Ridare non solo quanto dovuto, bensì molto di più, vale a dire, qualcosa di nostro che non sia a Lui dovuto, un «non debitum» (Med. III, 134, «De humana redemptione»). Questo è il debito dell’amore. Un debito che noi, da soli, non possiamo assolvere. E qui subentra l’«ultima misericordia»: riconsegnare ciò che da noi stessi non eravamo in grado di donare a Dio.

Invece Dio lo ha fatto possibile, giacché Egli ha trasformato il nostro cuore (la «volontà retta» che ci fa diventare «retti di cuore» dirà Anselmo – CDhI, 11-). Il cambiamento del cuore ha come fine ultimo di rendere a Dio la lode a lui dovuta, (honor, CDh I, 11; cf. CDh I, 10), ristabilire la bellezza dell’ordine e l’armonia originari (CDhI, 15), ridare l’amore dovuto.

L’unica cosa che l’uomo può ridare a Dio può essere offerta soltanto dal Signore stesso. Anselmo lo esprime in forma di dialogo nel quale Dio Padre e il Figlio parlano con l’uomo; il Padre (dice all’uomo): “Prendi il mio Unigenito e offrilo per te”, e il Figlio da parte sua (rivolto sempre all’uomo): “Prendi me e redìmi te”» (CDhII, 20).
Pochi teologi si sono azzardati a spingersi così lontano: l’uomo è invitato a prendere il Figlio e così operare per se stesso la redenzione!

P.Juan Javier Flores Arcas OSB, Rettore Magnifico dell’Ateneo Pontificio Sant’ Anselmo a Roma

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