Ripartire dall’industria

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E’ fondamentale non rinunciare alla vocazione industriale dell’Italia. Questo, purtroppo, non è così scontato. Per anni abbiamo ascoltato analisi sciatte sul tramonto della politica industriale, quasi fosse un tabù in tempi di economia immateriale ed erosione delle sovranità economiche.

Nel mentre la crisi scavava nella nostra capacità di fare industria, rivoluzionandone i connotati. Con il risultato che il rischio desertificazione industriale è ancora incombente e la polarizzazione del sistema produttivo italiano è sempre più marcata. Da una parte, le aziende dipendenti dal mercato interno, che stentano o sprofondano; dall’altra, quelle che si sono internazionalizzate e lavorano sulla domanda esterna, che invece vanno bene o molto bene.

E’ una dicotomia riconducibile a numerose cause. Il fattore della dimensione di impresa, per esempio, incide e molto. Ma a fare la differenza è il grado di innovazione. Che non significa, banalmente, aprirsi alle nuove frontiere della rivoluzione tecnologica e digitale. Significa capirla. E intuire in anticipo le trasformazioni in corso. Perché cambia non solo la sostanza del fare business, ma anche il fattore tempo. Tutto si muove con sbalzi improvvisi, tappe un tempo obbligate vengono saltate a piè pari.

Disintermediazione e orizzontalità nella produzione e nella distribuzione sono la regola. Anche qui, come in tutti gli ambiti della vita associata, sarebbe un errore ritenere che, dal momento che è tutto veloce, ci si possa permettere il lusso di sacrificare il tempo del pensiero. Io sono convinto del contrario. Più tutto intorno l’equazione si fa complessa, più bisogna avere la pazienza di scandagliarla con cura in ogni passaggio, per capire come venirne a capo e farne occasione di successo.

Tratto da “Andare insieme, andare lontano”

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