Come cambia il referendum

1291
  • English
intercettazioni

Bei tempi quando il referendum era uno strumento politico in senso stretto. Quando un sì o un no smuovevano le coscienze civili e il risultato delle urne cambiava il corso della storia, incidendo sul costume di un Paese. Consultazioni come quella sul divorzio o sull’aborto, solo per citare i casi storici che rimandano a Marco Pannella, l’uomo politico che più di ogni altro ha legato la sua storia politica a questo istituto costituzionale, hanno contribuito a curvare la linearità della storia italiana. Nel bene o nel male. E Pannella, che oggi tutti festeggiano, è stato colui che ha reso quel caposaldo della democrazia una pietra miliare sul percorso, spesso accidentato, che biunivocamente va dai palazzi del potere ai cittadini e ritorno.

Oggi e ancora così? Cosa è rimasto di quella stagione? Poco, se non addirittura nulla, dato che il referendum da strumento a favore del cittadino è diventato un mezzo usato dal potere per andare contro il cittadino. Un’inversione di fattori che rischiare di determinare vulnus profondo nel sistema politico, cosi come lo conosciamo. E la questione rischia di diventare centrale in occasione della consultazione di ottobre tarata sulle riforme costituzionali volute dal governo. Davvero saranno i cittadini a decidere oppure c’è il rischio che si chieda loro solo di ratificare una scelta fatta sopra le loro teste, trasformando il referendum in una sorta di prova plebiscitaria? Gli elementi di rischio ci sono tutti.

Il numero dei referendum suggeriti da governi e partiti politici sta aumentando vertiginosamente: dalla Costituzione europea, all’adesione della Turchia alla Ue fino a un quesito per bloccare ogni altro allargamento della Ue. Ma questo non vuol dire che anche la democrazia sia in crescita. La convocazione di un referendum deve basarsi su ragioni molto limitate e quando questi criteri non vengono soddisfatti, si arriva in realtà a un vero e proprio abuso di potere. Le democrazie occidentali delegano il potere decisionale ad un numero ristretto di rappresentanti, la cui funzione è soprattutto quella di decidere per conto dei rappresentati. L’affluenza ai seggi è in calo: se la gente non è incline al voto quando sono in gioco quattro o cinque anni di potere decisionale, dobbiamo essere molto attenti a dare il voto a questa o quell’altra questione. Le decisioni dovrebbero essere prese da coloro che sono maggiormente qualificati a farlo. Per questo motivo, sia a livello nazionale che europeo, le decisioni relative alle aziende agricole vengono prese dei ministri dell’agricoltura e quelle sulle strade dai ministri dei trasporti.

Nello stesso tempo, le decisioni devono essere prese dal popolo solo nel caso in cui sia il popolo stesso a saperne di più. E’ indispensabile infatti che la gente conosca non solo tutti i particolari, ma che possa anche contare sul fatto di utilizzare questi particolari con prudenza e non prendere delle decisioni in base ad opinioni irrilevanti. Gli italiani, per essere concreti, sono correttamente informati sulla portata delle riforme costituzionali varate dal parlamento e volute dal governo? Sia nel campo del favorevoli che in quello dei contrari non c’è un Pannella in grado di condurre campagne d’informazione degne di essere chiamate tali. Si procede per slogan, per segnali convenzionali, non per analisi. In pratica al cittadino elettore non sono ancora stati forniti gli utensili necessari per decrittare i linguaggi in codice.

Insomma, perché i politici propongono un referendum? E’ forse perché si tratta di questioni di somma importanza per la gente, che solo il popolo conosce alla perfezione, e a cui i nostri dirigenti non sanno ancora come rispondere? Nel caso del voto degli italiani sulle riforme costituzionali chiaramente no. Le opinioni del governo e del premier Matteo Renzi sono ben note e chiaramente l’esito di un referendum sarebbe facilmente prevedibile. Il capo dell’esecutivo non sembra proprio il tipo di leader magnanimo, quello che dà l’impressione alla gente di non saper prendere autonomamente delle decisioni; vuole usare il popolo come arma politica, sapendo perfettamente che la loro opinione coinciderà con la sua. Dunque l’abuso dei referendum produce l’effetto inverso; rende i politici meno responsabili tra di loro, pronti a lavarsi le mani per decisioni che potrebbero rivelarsi impopolari, scaricandoci addosso le responsabilità e dire: “non la penso così, è l’opinione del mio popolo”. Quando si propone un referendum, molto spesso l’esito è già noto, ed è lasciato solo lì per farci sporcare le mani mentre i politici scrollano le spalle ed evitano ogni responsabilità.

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS