GIRONE TORNA IN ITALIA, L’INDIA: “LA COMPETENZA SPETTA A NOI”

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“Una notizia straordinaria”. Così Matteo Renzi ha commentato la decisione del tribunale de l’Aja di far rientrare in Italia Salvatore Girone durante l’arbitrato internazionale sul caso Marò. Per il premier si tratta di “un passo in avanti significativo al quale abbiamo lavorato con grande determinazione”. Allo stesso tempo Renzi ha lanciato un messaggio al popolo indiano: “Siamo sempre pronti a lavorare e a collaborare”.

La decisione, anticipata dall’Ansa, è stata poi confermata con un comunicato del ministero degli Esteri. Il governo, spiega la nota, “avvierà immediatamente le consultazioni con l’India affinché siano in breve tempo definite e concordate le condizioni per dare seguito alla decisione del Tribunale arbitrale” e “sottolinea che la decisione odierna del Tribunale relativa alle misure richieste dall’Italia in favore del Sergente Girone non influisce sul prosieguo del procedimento arbitrale, che dovrà definire se spetti all’Italia o all’India la giurisdizione sul caso della Enrica Lexie”.

Dall’India hanno provato a ridimensionare la portata della decisione. Secondo Nuova Delhi le condizioni per il rimpatrio in Italia di Salvatore Girone devono essere fissate dalla Corte Suprema. Fonti indiane fanno anche notare che la decisione del Tribunale dell’Aja ribadirebbe l’autorità della Corte Suprema di New Delhi; ciò significa, secondo il governo asiatico, che la sorte di Girone rientra esclusivamente sotto l’autorità dell’India.

LA STORIA – Si tratta di un possibile punto di svolta di una vicenda che si protrae ininterrottamente da 4 anni, in cui non sono mancati momenti di tensione tra i due Paesi. Tutto inizia il 15 febbraio 2012. I due marò italiani sono impegnati in una missione di protezione della nave mercantile italiana Enrica Lexie, in acque a rischio di pirateria. Dopo l’uccisione dei due pescatori indiani, qualche giorno dopo il fermo dei due militari italiani, il tribunale di Kollam dispone il loro trasferimento nel carcere ordinario di Trivandrum. Ne escono solo il 30 maggio quando l’Alta Corte del Kerala concede ai due fucilieri la libertà su cauzione di dieci milioni di rupie (143.000 euro) stabilendo l’obbligo di firma quotidiano che impedisce loro di allontanarsi dalla zona di competenza del commissariato locale. Ai due fucilieri viene anche ritirato il passaporto.

Solo a dicembre del 2012, qualche giorno prima di Natale, il governo italiano riesce a ottenere dall’Alta Corte del Kerala un permesso di due settimane per i due militari italiani che consente loro di trascorrere le festività in Italia con l’obbligo di tornare in India alla scadenza del permesso. Tornano quindi a casa il 22 dicembre e vengono interrogati dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo. Il 3 gennaio 2013, alla scadenza del permesso, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone tornano in India, per poi rientrare ancora in Italia alla fine di febbraio, quando ai due fucilieri viene dato un permesso di 4 settimane in occasione delle elezioni politiche.

La posizione del governo italiano è, inizialmente, quella di non rimandare i due fucilieri in India ma la Presidenza del Consiglio dei Ministri annuncia invece successivamente che i fucilieri sarebbero tornati nel Paese asiatico. L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi annuncia quindi in Parlamento le proprie dimissioni irrevocabili in polemica con la decisione del governo di rimandare i marò in India.

Nel settembre 2014 Massimiliano Latorre è colpito da ischemia che rende necessarie immediate cure mediche. Viene disposto il trasferimento in Italia per il ricovero in ospedale. Le critiche condizioni cliniche consentono al militare di restare in Patria anche oltre il tempo inizialmente stabilito (l’ultima proroga è della scorsa settimana).

Il 16 dicembre del 2014 arriva il no della Corte Suprema indiana alle istanze presentate dai marò, anche per quanto riguarda il possibile rientro in Italia di Girone. Dopo mesi di schermaglie politiche e diplomatiche, il governo italiano decide, il 26 giugno dello scorso anno, di fare ricorso all’arbitrato internazionale nel quadro della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

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