REGISTRATO IL “VAGITO” DI UNA LONTANISSIMA CULLA DI PIANETI Questa nuova tecnica aiuterà a capire i meccanismi che portano alla nascita dei sistemi solari

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culla planetaria

“Echi” da una lontanissima culla di pianeti hanno permesso per la prima volta di misurare la distanza che separa la stella madre dal disco di polveri e gas dal quale nasceranno gli astri. La nuova scoperta è stata messa a punto da Huan Meng, dell’università dell’Arizona, ed è stata pubblicato sulla rivista scientifica Astrophysical Journal. Questa nuova tecnica aiuterà a capire i meccanismi che portano alla nascita dei sistemi planetari. Infatti, le cosiddette “protostelle” – le stelle nella primissima fase della loro formazione – sono avvolte da una densa nube di gas e polveri che influenzerà la loro formazione: una vera e propria “culla” dove le baby stelle nasceranno e cresceranno fino a raggiungere le dimensioni finali.

Riuscire a scrutare cosa avviene all’interno della nube è però quasi impossibile perché le polveri impediscono la visuale all’interno dell’ammasso. Questo nuovo metodo, diversamente, sfrutta l’eco della luce prodotta dalla stella permettendo di misurare la distanza tra la stella e i pianeti più vicini. Nelle nubi protoplanetarie attorno alla stella in formazione esiste infatti una regione vuota, ‘ripulita’ dal campo magnetico della stella, mentre la regione più esterna è ricca di polveri che lentamente danno vita ai pianeti.

L’idea degli astronomi americani è stata quella di misurare il tempo di ritardo tra la luce emessa in modo diretto dalla stella da quella che arriva a Terra dopo aver ‘rimbalzato’ sul primo strato di polveri. Applicando la tecnica sulla giovane stella denominata Ylw 16b, distante 400 anni luce, i ricercatori hanno potuto così misurare la distanza tra la stella e il suo più vicino pianeta in formazione. Il ritardo misurato è stato di appena 74 secondi, un dato che indica una distanza di meno di un decimo di quella Sole-Terra, la cui luce impiega quasi 9 minuti per arrivare sul nostro pianeta. Il nuovo metodo potrebbe essere ora applicato anche su molte altre giovani stelle e svelare nuovi segreti sulla nascita dei sistemi solari.

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