BENI CONGELATI DAGLI USA, TEHERAN PRONTA A RICORRERE ALL’AJA I due miliardi, destinati alle vittime degli attentati in Libano e Arabia, sono stati bloccati dalla Corte Suprema americana

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Le autorità iraniane hanno convocato l’ambasciatore svizzero a Teheran per esprimergli il loro malcontento riguardo a una sentenza della Corte Suprema americana che ha deciso di confiscare fondi iraniani – per un totale di due miliardi di dollari – per assegnarli alle vittime di terrorismo. La Corte Suprema Usa ha confermato la decisione presa dal Congresso nel 2012 che ordinava il versamento dei fondi ai parenti delle vittime di un attentato commesso a Beirut, in Libano, nel 1983 durante il quale erano morti 241 militari americani.

La nota consegnata all’ambasciatore svizzero Giulio Haas dal responsabile degli affari americani al ministero, Mohammad Keshavarz-Zadeh, definisce la decisione della Corte Suprema Usa come “chiara violazione degli impegni comuni accettati”. Tra questi impegni figura la protezione “dei fondi e dei beni” dell’Iran negli Stati Uniti, secondo un comunicato del ministero. Lunedì Zarif aveva minacciato di rivolgersi alla Corte internazionale dell’Aia contro gli Stati Uniti per contestare la sentenza aggiungendo che Teheran considera l’amministrazione americana legalmente responsabile dei beni iraniani congelati e che la confisca “è una rapina”.

Il paese mediorientale sta facendo ancora i conti con le sanzioni economiche avviate alla fine degli anni Settanta – quando furono introdotte dopo la rivoluzione khomeinista, per poi essere rinnovate nei decenni successivi, sulla scia delle violazioni dei diritti umani e per lo sviluppo delle tecnologie nucleari – ed eliminate solo il 16 gennaio scorso. Nell’arco di questi anni l’Iran ha dovuto fare a meno di gran parte delle sue entrate petrolifere – è la seconda nazione al mondo per ricchezza di giacimenti dopo l’Arabia Saudita – e di ingenti investimenti di capitali esteri. Inoltre, per procurarsi eludere il blocco commerciale, ha fatto massicciamente ricorso al contrabbando soprattutto con Cina e Russia. Solo nel 2014 si stima che le importazioni illegali siano ammontate a 25 miliardi di dollari, contro un mercato legale dell’import intorno ai 60 miliardi.

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