Scontro fra poteri

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auriemma

L’Associazione Nazionale Magistrati ha da poco visto, all’esito delle proprie elezioni interne, una rotazione di incarichi al vertice. La nomina di Davigo, noto magistrato milanese simbolo del periodo di “mani pulite”, può esser inteso come un mutamento di rotta rispetto ad un percorso della Magistratura associata che poneva nel dialogo il proprio riferimento d’azione.

Ma, a ben vedere, la situazione è diversa. La linea di comportamento della Associazione Magistrati, in cui il Presidente ha certo un ruolo di rilievo, viene dettata da un organo collegiale in cui ogni componente associativa, quella che viene definita corrente, oggi, differentemente dal recente passato, vede uno o più rappresentanti. E tale linea è stata espressa in un programma unitario che non si discosta, se non in taluni punti pur importanti ma non determinanti, da quello precedentemente attuato.

Certamente, nel tempo, è cambiata la sensibilità dei Magistrati: per un lungo periodo questi si sono sentiti quotidianamente oggetto di delegittimazione, hanno visto depauperarsi i mezzi a disposizione del servizio-giustizia (non può esser dimenticata la frase del Ministro della Giustizia Castelli che affermò che non si doveva investire su un sistema che non raggiungeva obbiettivi soddisfacenti, cosi accomunando il lavoro ed il prodotto di una funzione dello Stato a quello di una azienda), hanno valutato negativamente la scelta di ridurre il personale amministrativo con parallelo aumento dei propri compiti.

Il trascorrere delle stagioni politiche aveva creato la percezione che i toni di conflittualità tra politica e magistratura si fossero attenuati, che si potesse riaprire un dialogo con tutte le forze istituzionali, che potesse ricominciare una discussione utile al Paese ed un rafforzamento della azione della Magistratura, sia nel settore penale che in quello civile. Ma che su tutto fosse riconosciuta la dignità del ruolo non solo del Magistrato, ma di ogni operatore di giustizia.

Purtroppo alcuni atteggiamenti, più ancora che scelte politiche, hanno frantumato queste aspettative. Ne riporto una su tutte a titolo emblematicamente esemplificativo.

Lo scorso anno, con il meccanismo del decreto legge che la Costituzione prevede che possa esser utilizzato nei soli casi di urgenza, vennero ridotte le ferie ai magistrati. Non è il merito che conta, se fosse giusta o meno tale scelta politica, ma le modalità con cui fu fatta. Il decreto legge, infatti, reso nell’urgenza, stabiliva la decorrenza della norma dall’anno successivo, di talchè urgenza, a giudizio dei Magistrati, ma direi secondo logica, non ve ne era. Fu letta come una scelta di delegittimazione del lavoro della Magistratura, fu ignorata la peculiarità della attività giudiziaria che impone di scriver sentenze dopo l’ultimo giorno lavorativo e quindi, oggi, in periodo feriale, il Capo del Governo definì “ridicoli” i magistrati che avanzavano dubbi sulla correttezza della modifica.

Ma va ripetuto che non fu la scelta ad offendere i magistrati, ma le modalità con cui questa iniziativa fu assunta, quella di rappresentare i magistrati come fannulloni, critica che fu ritenuta ingiusta, offensiva, delegittimante, un vero schiaffo a chi quotidianamente presta la propria opera per il Paese. Fu un brusco risveglio per chi sperava in una modifica dei rapporti, la Politica se ne rese conto ed arrivarono espressioni concilianti dal Ministro della Giustizia e dal Presidente della Commissione Giustizia della Camera, tanto che quest’ultima affermò esplicitamente, salvo poi votare il provvedimento di conversione, che la riduzione del periodo di ferie dei magistrati “c’entra poco con l’efficienza del processo”.

In immediata sequenza il Presidente del Consiglio, in nota trasmissione televisiva, a chi faceva a lui presenti le critiche della Magistratura sulla modalità offensiva di tale scelta, replicò con la frase “brrr che paura”, così chiarendo il suo atteggiamento di scelta di disinteresse e mancata volontà di dialogo verso la Magistratura. Non fu un caso che alcuni componenti del CSM definirono, in quella sede istituzionale, “irridenti ed umilianti” quelle espressioni, “svilenti del compito della Magistratura”.

Quella condotta del Premier fu l’inizio di un percorso che trovò il suo riscontro in comportamenti e scelte successivi che è inutile riassumere in questa sede, ma che parimenti furono poste sotto la lente critica di una Magistratura che si era forse illusa di riaprire un dialogo costruttivo con la Politica.

L’ultima campagna elettorale per la nomina dei vertici associativi è frutto diretto di questo clima; da un canto chi vede la necessità di non alzare i toni e riannodare il filo di un dialogo, dall’altro chi ritiene che sarebbe pusillanime continuare a subire, citando Amleto, “ la contumelia dell’uomo superbo”.

L’esito elettorale della Associazione Nazionale Magistrati ANM, con la elezione di una variegata rappresentanza, è frutto di tutto questo ed il Presidente Davigo, che in questo primo momento è stato espressione di questo malessere, ha il difficile, ma fondamentale compito, anche forzando la propria esuberanza dialettica, di ricomporre le fratture ed allo stesso tempo rivendicare il rispetto non solo per i Magistrati, ma per tutti coloro che al sistema giustizia dedicano quotidianamente la propria passione, il proprio lavoro, i propri sforzi e che alla funzionalità di questo legano la propria dignità: Avvocati, personale amministrativo e di polizia giudiziaria.

Compito difficile, ma indispensabile, poiché la credibilità delle Istituzioni dello Stato è frutto della legittimazione reciproca fondata sul riconoscimento della dignità dell’altro ed il superamento dei contrasti è dovere di ogni servitore del Paese.

Tutto questo non è una speranza, ma un obiettivo che dobbiamo chiedere a chi, seppur in ruoli diversi, rappresenta il Popolo o, in nome di questo, pronunzia, con le sentenze, le sue decisioni in sede giudiziaria.

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