NAVIGARE SU UNA MACCHINA DEL TEMPO

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LAMA

Può una piccola canoa farci viaggiare indietro nel tempo fino a ricordarci da dove siamo partiti? E può un semplice sasso farci capire come siamo stati in grado di costruire tutto ciò che abbiamo intorno? Se fossimo in film, potremmo rispondere di sì. Nella realtà… anche, a patto che ci si metta nelle mani di studiosi seri, in grado di ricostruire i livelli marini storici e le linee di riva del medio Tirreno al fine di stabilire la disposizione degli insediamenti umani nel corso della Storia.

Per parafrasare un vecchio slogan, è scienza, non fantascienza. Di quella che non si ferma alle pur indispensabili biblioteche, ai polverosi tomi di studio, ma che prova a ricostruire sul campo cosa accadde millenni, o addirittura milioni di anni fa. E’ quanto accade nell’ambito di una ricerca che procede ormai da anni e che prevede cose complicatissime come le “analisi antropologiche per lo studio di maree e movimenti delle linee di riva” oppure la “datazione mediante la direzione orientata del campo magnetico terreste per magnetizzazione termoresidua di manufatti in selce ritrovati”; ma anche l’”Air resistance and sail propulsion with canoe”, ossia la prova pratica di un uomo che si mette alla guida di una canoa e si immedesima in un proprio antenato.

Certo non lo può fare uno sportivo qualsiasi, ma uno scienziato in grado di registrare ogni variazione di corrente, ogni spostamento della canoa, ogni increspatura delle onde per poi aprire uno “stargate” tra passato e presente. Tutto ciò è stato realizzato da pochissimo proprio sul litorale del Lazio, e l’esploratore protagonista di questa storia veste i panni di ricercatore dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, fisico, antropologo e archeologo preistorico: Rodolfo Lama.

IL VIAGGIO
L’esperienza è stata fatta precisamente tra l’8 e il 9 febbraio scorso, con partenza da Santa Severa e navigazione verso Capo Linaro, considerata un po’ una piccola Capo Horn, per la pericolosità delle sue acque. “Navigare è una delle attività più antiche. Siamo alla ricerca delle rotte che i nostri antenati hanno percorso per stabilirsi sulle coste – spiega Rodolfo Lama -. A quei tempi non c’erano strumenti di navigazione, ci si affidava alle correnti e all’esperienza, esattamente ciò che abbiamo fatto ora. Leggo il mare, le nuvole, l’incresparsi delle onde, il passaggio delle correnti. È l’unico modo per ripercorrere tragitti verosimili. Se cambia il mare, si cambia rotta”. E una volta arrivati a terra, bisognava capire se quel lembo fosse ospitale o meno, se avesse ossidiana utile a costruire utensili, se ci fosse selvaggina da cacciare e piante da utilizzare”.

LE TRACCE

Sembra facile, a parole. Ma non lo è affatto ritrovare oggi tracce di migliaia di anni fa. È difficile su terra, dove la morfologia cambia continuamente, figuriamoci in mare, dove non c’è nulla uguale a se stesso istante dopo istante. “Beh – spiega ancora Lama – diciamo che devi dimenticare tutto ciò che hai imparato e osservare per capire tutto ciò che ancora non sai. Ogni volta è così”. Una sfida nella sfida, che solo colui che ha “pensato” l’Antropologia oceanografica – materia che non era mai stata codificata prima di Lama – poteva raccogliere.

E lo ha fatto scendo in acqua con una canoa simile a quelle antiche, utilizzando ciò che trovava in natura per adattare l’imbarcazione. Come lo skeg (supporto rigido posto a volte anteriormente alla pala del timone allo scopo di sostenere le cerniere su cui ruota l’asse del timone stesso) che non era in fibra di carbonio ma di legno, facilmente reperibile sulle coste del Lazio. Così come il vimini, altro materiale usato per la traversata/esperimento.
Dunque la strada è (anche) quella dell’esperienza diretta. A questo però ci si arriva con la costruzione e la comparazione di imbarcazioni che prevedano prove di aerodinamica, volume, resistenza, velocità, distanze percorribili e, ovviamente, limiti. Insomma, mai come questa volta si sta facendo rotta verso il passato.

IL PASSATO

Ma ciò che troviamo oggi, non è profondamente diverso da ciò che trovarono i nostri antenati? La risposta ce la fornisce lo stesso Lama: “Sì e no. Sì quanto a condizioni morfologiche del terreno; ad esempio la linea della costa era molto più avanti, i fiumi avevano percorsi alternativi a quelli attuali e la loro foce era strutturata in modo diverso. Utile è tenere in considerazione la sottile striscia di territorio, in parte emersa e in parte sommersa, che separa la terra dal mare. La configurazione di questo ambiente è soggetta a continui mutamenti dovuti all’azione di diversi fattori, non ultimo – appunto – l’apporto fluviale; il trasporto solido dei fiumi, infatti, è la principale fonte di approvvigionamento di sedimenti. Ma l’ecosistema, in verità, sostanzialmente è lo stesso, visto che ci rivolgiamo a un periodo post grande glaciazione, e che dunque circa l’80% di ciò che c’era allora c’è ancora oggi. Addentrandoci delle zone protette e non sfruttate dall’uomo, beninteso”.

L’ATTUALITA’

In un periodo come quello che viviamo in cui l’erosione sta praticamente mettendo in ginocchio l’economica turistica di gran parte del litorale del Lazio, un’analisi del genere risulta paradossalmente più attuale che “storica”. E ovviamente, oltre che dal mare, riesce a darci indicazioni anche da terra. A patto, anche in questo caso, che sappiamo distinguere un sasso comune da una selce. Il termine non spaventi, ma per riuscirci bisogna essere capaci ad individuare un “banco selcifero sotto costa”. Solo così si può poi catalogare e studiare ossa, conchiglie marine, fossili per determinare in che modo siano stati usati e a quale scopo. Il risultato finale, come in un immaginario “ponte ologrammi”, è vedere intorno a noi non più case, strade e veicoli del XXI secolo, ma i primissimi insediamenti dai quali un po’ tutti deriviamo.

Il lungo viaggio verso il nostro passato è appena all’inizio. Le traversate saranno infatti ripetute, per acquisire di volta in volta nuovi elementi. Questo tipo di iniziative, andrebbero conosciute molto più di quanto non si faccia; troppo spesso vengono relegate nell’ambito accademico, quando invece sono fondamentali per capire la genesi stessa della nostra attuale civiltà. Uno schiaffo alla diffusione della conoscenza. Il progetto durerà fino al 2017. E forse oltre, in un salto temporale continuo, fino a tornare là – parafrasando una serie epica della fantascienza – dove nessun uomo è mai giunto prima.

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