Dai “gufi” agli “haters”

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Con il day after del referendum sulle trivelle inizia la campagna elettorale vera, quella per la madre di tutte le battaglie: il referendum costituzionale di ottobre. Campagna dura, senza esclusione di colpi, all’americana. Anzi, americana a Roma. I nemici di Renzi hanno già cambiato nome, da brutti gufi a “haters”, che per i non aborigeni del Kansas City significa “odiatori”. Quelli che secondo il cosiddetto storytelling renziano odiano Matteo Renzi: a cominciare dai 16 milioni di italiani che sono andati a votare il 17 aprile, contro le indicazioni del Premier e del Presidente Emerito (che al suo turn-over non ci pensa minimamente).

L’americano a Roma si chiama Jim Messina, già spin doctor e campaign manager del presidente Usa Obama e del primo ministro britannico Cameron, appena assunto a Palazzo Chigi per la modica cifra di 100mila euro. L’upgrade dei gufi a haters potrebbe essere farina del suo sacco. Come se tutti quelli che sono andati ai seggi non l’avessero fatto per sottrarre legittimamente il nostro mare dalle grinfie dei petrolieri e dei loro lobbisti, ma per fare un dispetto personale a Renzi (e qualcuno magari anche a Napolitano).

Una volta si diceva “Molti nemici molto onore” oppure “O con noi o contro di noi”, che da Benito a Matteo diventa “Contro di Me”. Anche perché lo stesso Renzi ha definito il referendum sulla riforma Boschi una consultazione su di sé e sul proprio governo.
Ma la polarizzazione dello scontro, cifra fissa dell’agire renziano, potrebbe rivelarsi un autogol clamoroso. Prima di tutto perché compatta tutte le opposizioni su una tornata elettorale secca, che non potrà essere boicottata in nessun modo nè dall’informazione, nè dalle più alte cariche dello Stato. Anzi, questa volta saranno proprio Renzi e Napolitano a ricordarci l’importanza del voto in democrazia. E poi perché il risultato del referendum costituzionale non è così scontato come quello sulle trivelle.

A prescindere dalla bruttezza di una riforma approvata a colpi di fiducia che trasforma il Senato della Repubblica in un dopolavoro per consiglieri regionali nominati dai partiti. A ottobre non ci sarà nessun quorum. Il referendum costituzionale non deve superare il 50 per cento degli aventi diritto al voto come quello abrogativo: sarebbe valido anche se votassero in quattro. E invece, come minimo voteranno in 16 milioni, di cui 13,3 contro (il numero esatto dei Sì anti-trivelle). Quota di partenza molto difficile da raggiungere per il Governo, che il 17 aprile non ha vinto 70 a 30 come dice Renzi. Perché quel 70 per cento non sono voti suoi, sono gli astenuti: il vero partito di maggioranza del Paese, quello del Non Voto, che supera abbondantemente il 40 per cento e non accenna a diminuire.

Quindi, quei 16 milioni sfiorano il 50% dei votanti delle ultime elezioni politiche del 2013, quelle della “non vittoria” del PD di Bersani, che comunque prese il 25% con 8,6 milioni di voti. Quando il partito non era ancora spaccato dal renzismo, che l’ha traghettato dall’”O bella Ciao” della Resistenza al “#ciaone!” del partigiano twittatore. In realtà i veri voti di Renzi non li conosce nessuno, neanche lui. Per il semplice fatto che per il suo governo non abbiamo mai votato.

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2 COMMENTS

  1. Tutti i sondaggi dicono che i cittadini cui Renzi sta antipatico sono più numerosi di coloro cui invece sta simpatico.
    Di conseguenza, se è vero che il nostro Premier ha più a cuore le sorti del Paese che le proprie, dovrebbe solo promettere che, concluso il referendum sulle riforme costituzionali, si dimetterà quale che sia il risultato.
    E’ l’unico modo per far sì che le riforme vengano valutate per quello che sono e non per mere ragioni di simpatia od antipatia verso il propositore delle medesime.
    Tanto più che, diciamocelo francamente, le dimissioni potrebbero trasformarsi in un semplice “tagliando”.

  2. Fosse vero che lo mandiamo a casa!!!!
    Ma sarebbe una vittoria di Pirro se mandassimo a casa Renzi e poi non si fosse capaci di abbattere il muro dei privilegi del “sistema Camera – Senato – Palazzo Chigi” e non riuscissimo a creare un sistema democratico con molti meno senatori (3 per regione basterebbero) deputati (1 ogni 300000 abitanti basterebbe) abolendo prebende e privilegi vari.
    Magari richiamandosi a buonanima d Quintino Sella che intreno da Torino a Roma si pagava il biglietto ferroviario in “seconda” per non gravare le spese dello stato

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