INTERCETTAZIONI CHOC, MEDICI DIABOLICI

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“Stava morendo no?” e ride. “Sto animale fa queste tragedie ogni volta”. Sono alcune delle intercettazioni choc, di due medici mentre parlano dell’operato di un loro collega che ha causato lesioni all’utero di una paziente e che era rimasta per diverso tempo “aperta e con le pezze” sul tavolo operatorio perché non il dottore non sapeva come rimediare al danno, che sono state rese pubbliche e che si inquadrano nell’inchiesta “Mala sanitas”, aperta dalla Guardia di Finanza e che ha portato agli arresti domiciliari quattro medici degli ospedali riuniti di Reggio Calabria: l’ex primario Pasquale Vadalà, il primario facente funzioni Alessandro Tripodi e i ginecologi Daniela Mannuzio e Filippo Saccà.

“Sai che fai? – dice il primario tripodi parlando al telefono con un collega – Gli devi dire ‘se non vi serve la cartella ci serve a noi’ perché abbiamo la paziente ricoverata. Hai capito? perché ora sicuramente cercheranno di pararsi il culo loro, no?!”. “Vabbeé loro cercheranno di occultare il fatto che non sono riusciti a intubarlo. Speriamo che non abbia danni. Mah, comunque cazzi loro! Noi sicuramente non c’entriamo niente”. Sono altre dichiarazioni choc fatte riguardo al caso di un bambino, partorito alla 33esima settimana di gestazione, che per gravi problemi al sistema respiratorio viene trasferito in neonatologia. Ma il piccolo, invece di essere intubato, viene solo assistito. Grazie all’incapacità di un medico “solo” 53 minuti dopo viene inserito un tubo che doveva servire a farlo respirare meglio… ma il tubo finisce nelle vie digerenti, ed oggi a cinque anni di distanza, il piccolo è in stato vegetativo per danni cerebrali permanenti.

Ma l’orrore all’interno dell’ospedale non finisce qui. Tripodi infatti ha anche causato l’aborto della sorella, che pur essendo affetta da una grave patologia, aveva scelto insieme al marito di portare a termine la gravidanza. “Vedi se puoi fargli cambiare quella flebo – ha detto Tripodi alla collega Mannuzio – Tipo con una scusa che non scende”. “Se non c’è tuo cognato… in un momento che non c’è… ma la notte non sta con lei?”, risponde la ginecologa. “Ma pure se c’è. Pure se c’è, tanto non capisce niente. Senza che ti vede nessuno, ehm, vedi come puoi fare, gli metti 2/3 fiale di Sint, gliela fai scendere a goccia lenta”. “In maniera tale che ‘morisce’, così si sbrigherà ed abortirà”.

E ancora… “Domani mattina la portiamo di là – assicura il medico al primario – Senza far vedere un cazzo, gli metto il Cervidil (si tratta di un ovulo che provoca l’aborto terapeutico) mentre la visito. Quindi lei inizierà ad avere contrazioni per 2-3 ore, le dico: non c’è niente da fare sta abortendo e allora ti dobbiamo aiutare. E la rendiamo partecipe del fatto. Io vengo già con l’ovulo dentro il guanto quando la visito, ho l’ovulo dentro il guanto e me la vedo io”.

Ma il feto non aveva nessuna malformazione come si apprende dalla conversazione successiva tra i due medici. “Un’oretta fa ha abortito; l’ho raschiata… apparentemente non mi sembra che abbia nulla, comunque… omissis… va boh… l’attaccatura un po’ bassa delle orecchie… omissis”. “Visibilmente non c’entra niente, che puoi vedere a 16 settimane, 17 quanto era… niente si può vedere… si deve prendere un pochino di tessuto…”.

“Allora chiudete questa cartella in un cassetto. Chiudila in un armadio intanto”. Un armadietto dei “miracoli” come spiega il gip Antonio Laganà. Infatti dopo essere stata chiusa in un cassetto la cartella clinica, tornava al suo posto senza l’ombra di un errore commesso… in modo da garantire ai medici una “reale e sicura via di fuga dall’impunità”.

 

 

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