Anche i politici fanno gol

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Calcio e politica si somigliano, più di quanto crediamo. Squadre, tifoserie, linguaggi, atteggiamenti e comportamenti violenti, lotta senza esclusione di colpi. E corruzione. Sembrano gemelli separati alla nascita. Eppure, nei confronti del calcio si usa una tolleranza che sembra inopportuna – giustamente – per la politica. La corruzione va condannata, sempre e ovunque. I corrotti stiano fuori dal Parlamento e dagli stadi. Teniamo, però, in piedi l’uno e gli altri.

Vi siete mai chiesti come mai – se la corruzione lorda entrambi – non vediamo l’ora di liberarci della politica, mentre nessuno chiede di liberarci del calcio? Le risposte sono tante. Al calcio chiediamo che ci faccia dimenticare i problemi, non che li risolva; questo spetta alla politica. Una partita persa non è un dramma, una politica sbagliata – in economia, lavoro, sanità, interni, difesa… – può esserlo, eccome.

Il calcio si fa con soldi privati, mentre la politica usa i nostri soldi, di tutti i cittadini. E, spesso, ne mette a rischio riserve e valore. Tutto vero. Resta, però, il fatto che siamo tanto indulgenti con il calcio e intransigenti con la politica, come se tenessimo più al primo che alla seconda. Così come, quando la Nazionale perde, nessuno chiede di farla finita con il calcio (basta cambiare giocatori e CT), allo stesso modo, quando i politici sono corrotti o incapaci, dovremmo rottamare loro, quei politici, non la politica. E, invece, ci lasciamo sedurre dall’antipolitica. Una follia auto-lesionistica, che ci spinge su un piano inclinato devastante: la perdita della democrazia.

Se sospendiamo il campionato non muore nessuno. Se sospendiamo la democrazia muore la libertà, la nostra, concreta, reale, quotidiana. Indispensabile come l’aria. Eppure, presi dal delirio antipolitico non ci pensiamo. I nostri genitori hanno rischiato la vita, e molti l’hanno persa, per la libertà. Buttarla via solo perché qualcuno “gioca male” è una pazzia. Non dobbiamo cambiare sport, dobbiamo cambiare giocatori.

La politica, esattamente come il calcio, è moralmente neutra: non è buona né cattiva in sé, dipende da chi la fa. E chi la fa siamo noi, persone, cittadini; direttamente (come candidati e rappresentanti politici) o indirettamente (da semplici elettori).

Bisogna smetterla, allora, di raccontarci la favola bella della società civile ostaggio della politica incivile. In democrazia, la politica è il prodotto della società. Se è corrotta, significa che la società è corrotta. Vogliamo davvero una politica pulita? Allora dobbiamo pulire noi stessi, il nostro stile di vita quotidiano, le nostre relazioni, e selezionare, candidare ed eleggere persone pulite. Pulite e capaci. Non c’è altro modo. Non sono le regole del calcio che fanno vincere il campionato, ma la qualità dei giocatori. Le regole creano le condizioni perché le qualità dei singoli possano esprimersi. L’antipolitica è un alibi per deresponsabilizzarsi rispetto alla cattiva politica. E l’alibi di chi vuole privarci della democrazia. Perché in democrazia decidiamo noi. La democrazia è il gioiello più prezioso che abbiamo, se lasciamo che ce lo rubino e lo vendano al mercato nero, non lo recupereremo più. E perderemo il valore più grande che possedevamo.

Un calcio alla politica è un calcio alla democrazia e alla libertà. Pensiamoci, prima di sferrarlo, perché la pedata che riceveremo subito dopo sarà infinitamente più dolorosa, e in qualche caso anche mortale.

Gianni Fontana
Presidente della Federazione Solidarietà Popolare e Segretario nazionale di Democrazia Cristiana, già ministro dell’Agricoltura e delle Foreste della Repubblica Italiana e sottosegretario ai Lavori Pubblici, all’Industria e all’Artigianato

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