INCHIESTA PETROLIO: IL GOVERNO INCASSA LA FIDUCIA DEL SENATO Bocciate le mozioni di M5s e centrodestra. Oggi i grillini a colloquio con Mattarella al Quirinale

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Il Senato boccia la sfiducia proposta dal Movimento 5 Stelle e dal centrodestra sullo scandalo petrolio. I no alla mozione proposta di pentastellati sono stati 183, mentre contro quella avanzata da Forza Italia e dai suoi alleati hanno votato in 180. Oggi i grillini si recheranno al Colle da Mattarella per ribadire un concetto ben preciso: a Palazzo Madama con l’ingresso di Ala la maggioranza ha ormai un nuovo assetto.

Anche la replica di Renzi alle accuse delle opposizioni che puntano il dito contro di lui e il suo esecutivo sia per l’inchiesta petrolio, sia per l’operato nel suo complesso, è pacata, senza particolari affondi se non quello che il premier riserva contro la “barbarie giustizialista” e contro “i giustizialisti a senso unico”. Affondo che gli vale un applauso bipartisan che arriva, particolarmente sentito, dai banchi di Forza Italia. Anche le proteste dei senatori 5 Stelle non sono quasi mai sopra le righe e si limitano ad un commento ad alta voce dai banchi alle affermazioni del premier. Soprattutto quelle che riguardano la giustizia. E’ infatti questo il tema su cui insistono di più premier e gruppo Pd.

Anche affidando al senatore Salvatore Margiotta il compito di fare la dichiarazione di voto per i Democratici. Il parlamentare, infatti, è ormai considerato da Renzi una sorta di “simbolo”: prima condannato per corruzione e turbativa d’asta proprio per un’inchiesta sul petrolio in Basilicata, si autosospende dal partito. E viene scagionato da ogni accusa grazie ad una sentenza della Corte di Cassazione che annulla senza rinvio la condanna di secondo grado. Applaudito più di 20 volte dai senatori Dem, Renzi sottolinea con forza che nei confronti del governo, nell’inchiesta su “Tempa Rossa”, non è mai stata formulata alcuna ipotesi di corruzione e annuncia ai 5 Stelle che presto verranno querelati “per aver diffamato” il partito. Arrivano proteste, ma nessuna bagarre.

Forte brusio, invece, quando Renzi se la prende ancora una volta contro “i talk show, i media e i social che non sono l’Italia”. Concluso il suo intervento, il premier abbandona l’emiciclo di Palazzo Madama non prima di aver salutato alcuni dei suoi ministri e parlamentari e soprattutto Denis Verdini che siede sul suo scranno, in alto a destra, accanto al capogruppo di Ala, Lucio Barani. Verso il senatore fiorentino Renzi punta l’indice sorridendo mentre lascia l’aula, gridando qualche frase che viene accolta da Verdini con simpatia.

All’opposizione, non resta che lamentarsi in ogni dichiarazione di voto dell’assenza del capo del governo definito, nell’ordine, “il signor presidente del Consiglio che non c’è”, “il fantasmino” e il “Marchese del Grillo” dal quale Forza Italia, come sottolinea con un certo impeto Maurizio Gasparri, “non prende lezioncine di alcun tipo”, soprattutto “sul garantismo”. Perché la “riforma delle intercettazioni” invocata anche dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incrociato dai cronisti nel Salone Garibaldi, “andava fatta tanti anni fa..”.

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