LA GRANDE MURAGLIA CHE DIVIDE I CINESI DALLA LIBERTA’

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“Se dovete sposarvi, sposate un uomo come zio Xi”: è lo slogan di un video pubblicato su Youku – lo Youtube cinese – che ha ricevuto oltre 60mila visualizzazioni e altrettanti commenti. Un vero successo mediatico, un motivetto creato apposta per promuovere la figura di un leader che non può essere messo in discussione. Lo Xi in questione, infatti, è il presidente della Repubblica Democratica Cinese, Xi Jingping, un politico che ha un’idea tutta sua del giornalismo, della stampa e del concetto di libertà in generale.

In Cina, infatti, sono molte le cose proibite dal Partito Comunista: non si può accedere a Facebook, né a Twitter. Sono vietati film o telefilm che parlino di omosessualità o sesso extraconiugale, non si possono mostrare personaggi che bevono alcol o che conducono indagini poliziesche. Sono proibite quasi tutte le grandi produzioni americane e, addirittura, sono stati banditi attori famosissimi, come Harrison Ford, Richard Gere e Brad Pitt, colpevoli di aver appoggiato la causa dell’indipendenza tibetana.

Il rispetto di queste regole viene verificato da un organo specifico, il Sartf, che controlla la stampa e le televisioni e che ha studiato appositi modelli per focalizzare l’attenzione pubblica sul grande operato del Partito Comunista e del presidente Jingping. Motivetti pop, slogan in inglese, canzoncine rap, sono tutti tentativi di presentare le scelte e il funzionamento del governo cinese in chiave “moderna” e accattivante. L’imperativo è unico: Xi Jingping è il migliore leader del mondo, tutti i giornali devono parlare di lui (bene) e nessuno può contraddire le decisioni del Partito.

La volontà di controllare del tutto i media cinesi si è manifestata chiaramente lo scorso febbraio, con la visita del presidente Jingping all’agenzia di stampa nazionale “Nuova Cina”e alla tv di stato Cctv, una vicenda che ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo: i giornalisti cinesi si sono affrettati ad annunciare la notizia via Twitter, peccato che quei 140 caratteri siano stati letti solo all’estero, dato che il social network è bloccato in tutto il territorio cinese. Un bel paradosso che, però, spiega molto bene la situazione della libertà di stampa e di opinione in Cina.

Sono proprio i giornalisti a pagare in modo più pesante le conseguenze di questa censura. Secondo l’associazione Reporter Senza Frontiere la Cina si piazza al 176° posto su 180 per la libertà di stampa. Dopo di lei, solo la Siria, il Turkmenistan, la Corea del Nord e l’Eritrea. Pechino, però, detiene anche il triste primato per la reclusione di giornalisti: ben 49 cronisti arrestati perché ritenuti pericolosi per il potere del partito. L’ultimo,clamoroso, caso è quello di Jia Jia, commentatore politico del sito Tencent scomparso improvvisamente senza lasciare traccia: l’uomo doveva prendere un aereo che lo avrebbe riportato a Hong Kong, ma non si è presentato in aeroporto e la moglie ha denunciato la sua scomparsa. Jia Jia era considerato l’autore di una lettera che chiedeva le dimissioni del presidente Xi Jinping pubblicata su un sito governativo e subito rimossa.

Intanto, il presidente fa visita alle televisioni, stringe mani, si congratula per il lavoro svolto dai media: “il vostro è un team internazionale e spero voi siate in grado di spiegare gli sviluppi economici e sociali che la Cina sta vivendo, in maniera chiara, obiettiva e onesta”, ha detto il presidente nel corso dell’incontro con i giornalisti della Cctv, la televisione centrale cinese, seduto alla scrivania di uno dei programmi televisivi più seguiti al mondo, il “Xinwen Lianbo”.

“Bisogna migliorare la qualità informativa per diffondere la volontà del partito e proteggerne l’unità e l’autorità”, ha poi concluso Jingping, applaudito da decine di giornalisti servili, che non hanno altra scelta se non quella di piegarsi alla censura, alla logica del pensiero unico. Uno schiaffo per tutti quei colleghi che hanno perso il lavoro, gli amici, la vita, per l’assurdo desiderio di raccontare la verità, di far conoscere al mondo le condizioni di lavoro e di libertà nel Paese comunista.

“Mancando la libertà di stampa, tutte le altre libertà diventano illusorie”, diceva Marx a proposito del diritto di diffondere le notizie. In Cina, intanto, i cittadini non possono neanche guardare “Avatar”, né dire su Facebook quanto sia bello l’ultimo film con Harrison Ford, né sperare di leggere sui giornali qualcosa che si avvicini anche minimamente alla verità. “Sposate un uomo come Xi” e osannatelo. Altrimenti sparirete.

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