“NON CONTA L’APPARENZA MA LA CAPACITA’ DI FERMARSI NEL DARE L’ELEMOSINA” Papa Francesco prosegue le sue catechesi giubilari sui vari aspetti della Misericordia

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Non è l’apparenza che conta, ma la capacità di fermarsi per guardare in faccia la persona che chiede aiuto. E’ il cuore della catechesi tenuta da Papa Francesco in piazza San Pietro per l’Udienza Giubilare di Aprile. Davanti a migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, giunti a Roma per varcare la Porta Santa, Bergoglio parla dell’elemosina come un aspetto essenziale della misericordia. “Può sembrare una cosa semplice fare l’elemosina – ha esordito – ma dobbiamo fare attenzione a non svuotare questo gesto del grande contenuto che possiede”. Spiegandone l’etimologia, (il termine elemosina deriva dal greco e significa misericordia) ricorda che chiunque la pratichi “dovrebbe portare con sé tutta la ricchezza della misericordia. E come la misericordia ha mille strade, mille modalità, così l’elemosina si esprime in tanti modi, per alleviare il disagio di quanti sono nel bisogno”.

Francesco fa notare che “il dovere dell’elemosina è antico quanto la Bibbia. Il sacrificio e l’elemosina erano due doveri a cui una persona religiosa doveva attenersi. Ci sono pagine importanti nell’Antico Testamento, dove Dio esige un’attenzione particolare per i poveri che, di volta in volta, sono i nullatenenti, gli stranieri, gli orfani e le vedove”. Poi, staccandosi dal discorso scritto ha aggiunto a braccio: “Nella Bibbia questo è un ritornello continuo, eh? Il bisognoso, la vedova, lo straniero, il forestiero, l’orfano: è un ritornello. Perché Dio vuole che il suo popolo guardi a questi fratelli nostri. Ma, io dirò che sono proprio al centro del messaggio: lodare Dio con il sacrificio e lodare Dio con l’elemosina”.

Oltre “all’obbligo di ricordarsi di loro”, agli israeliti “viene data anche un’indicazione preziosa: ‘Dai generosamente e, mentre doni, il tuo cuore non si rattristi'” dice il Papa citando il libro del Deuteronomio. “Ciò significa che la carità richiede, anzitutto, un atteggiamento di gioia interiore. Offrire misericordia non può essere un peso o una noia da cui liberarci in fretta”. E ancora a braccio ha aggiunto: “Quanta gente giustifica sé stessa nel dare l’elemosina dicendo: ‘Ma, come sarà questo a cui io darò? Andrà a comprare vino per ubriacarsi!’. Ma se lui si ubriaca, è perché non ha un’altra strada! E tu cosa fai di nascosto, quando nessuno ti vede? Diventi giudice di quel povero uomo che ti chiede una moneta per un bicchiere di vino?”

“Mi piace ricordare l’episodio del vecchio Tobia – ha proseguito il Pontefice – che, dopo aver ricevuto una grande somma di denaro, chiamò suo figlio e lo istruì con queste parole: ‘A tutti quelli che praticano la giustizia fa’ elemosina. Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo’. Sono parole molto sagge che aiutano a capire il valore dell’elemosina”. Ed è su questa scia che Gesù “ci ha lasciato un insegnamento insostituibile in proposito. Anzitutto, ci chiede di non fare l’elemosina per essere lodati e ammirati dagli uomini per la nostra generosità: ‘fai in modo che la tua mano destra non sappia quello che fa la sinistra’. Non è l’apparenza che conta, ma la capacità di fermarsi per guardare in faccia la persona che chiede aiuto. Ognuno di noi può domandarsi: ‘Io sono capace di fermarmi e guardare in faccia, guardare negli occhi, la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace?'”.

Papa Francesco marca con forza la differenza che intercorre nel fare l’elemosina dal dare una moneta: “Non dobbiamo identificare l’elemosina con la semplice moneta offerta in fretta – dice -, senza guardare la persona e senza fermarsi a parlare per capire di cosa abbia veramente bisogno. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere tra i poveri e le varie forme di accattonaggio che non rendono un buon servizio ai veri poveri. Insomma, l’elemosina è un gesto di amore che si rivolge a quanti incontriamo; è un gesto di attenzione sincera a chi si avvicina a noi e chiede il nostro aiuto, fatto nel segreto dove solo Dio vede e comprende il valore dell’atto compiuto”.

A poi concluso, a braccio, raccontando la storia di una madre e dei suoi figli: “Fare l’elemosina anche deve essere per noi una cosa che sia pure un sacrificio. Io ricordo una mamma: aveva tre figli, di sei, cinque e tre anni più o meno. Ha sempre insegnato ai figli che si doveva dare l’elemosina a quelle persone che la chiedevano. Erano a pranzo, ognuno stava mangiando un filetto alla milanese, come si dice nella mia terra, impanato. Bussano alla porta, il più grande va ad aprirla e poi torna dalla mamma: ‘Mamma, c’è un povero che chiede da mangiare, cosa facciamo?’. ‘Gli diamo – dicono i tre – qualcosa?’. ‘Bene, prendi la metà del tuo filetto, tu prendi l’altra metà, tu l’altra metà, e ne facciamo due panini’. ‘Ah no, mamma!’. ‘Ah, no? Tu dai del tuo. Tu dai quello che ti costa’. Questo è il coinvolgersi con il povero. Io mi privo di qualcosa di mio per dartela a te”. Poi, un appello ai genitori: “State attenti: educate i vostri figli a dare così l’elemosina, a essere generosi con quello che hanno. Facciamo nostre allora le parole dell’apostolo Paolo: ‘In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: ‘Si è più beati nel dare che nel ricevere!’Grazie!”.

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