ISRAELE ALLE PRESE CON IL NODO DEGLI EBREI ETIOPI 135 mila persone non godono delle stesse opportunità del resto della popolazione

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Fin troppo spesso si parla della discriminazione razziale e religiosa nei confronti degli ebrei, un popolo che fin dalle sue origine ha dovuto lottare contro l’antisemitismo. Non fa eco nei media le manifestazioni di israeliani etiopi che protestano contro presunte discriminazioni nei loro confronti. La comunità etiope israeliana conta circa 135 mila persone. L’immigrazione dall’Etiopia verso Gerusalemme, che concede a tutti gli ebrei la possibilità di richiedere la cittadinanza attraverso la Legge del Ritorno, è cominciata alla fine degli anni ’70, quando i servizi segreti israeliani trasferirono circa settemila ebrei etiopi attraverso i campi rifugiati del Sudan, nei quali si erano ammassati in fuga da guerre, carestie e persecuzioni.

Fino agli anni ’90, Israele ha continuato ad accogliere all’interno dei suoi confini i suoi “figli” provenienti dall’Africa.  Solo in seguito si è capito che in realtà, l’arricchimento del panorama etnico israeliano non è stato un processo armonioso. Gli ebrei etiopi nella Terra Promessa hanno subito razzismo e discriminazioni, tanto nel campo delle opportunità economiche e lavorative, quanto in quello dell’istruzione. Nel 2013, Haaretz riferiva che il 52% delle famiglie etiopi in Israele vivevano sotto la soglia di povertà. Per loro, i tassi di disoccupazione sono più alti e gli stipendi più bassi (circa il 35% del resto della popolazione).

Ci sono poi altre forme di discriminazione verso questi “fratelli” dalla pelle scura: i padroni di casa si rifiutano di affittare le loro proprietà, o le autorità locali negano licenze di matrimonio, come nella città di Petah Tikva. Nota la grande pubblico la vicenda della cittadina israeliana, di origine etiope, Pnina Tamano-Shata, avvocato, giornalista e deputata del partito liberale Yesh Atid: nel 2013 le venne negato di donare il sangue.
Si venne a sapere in seguito che negli anni Novanta la banca del sangue israeliana aveva regolarmente distrutto il sangue donato dagli israeliani etiopi per paura che fosse infettato dall’Hiv.

Non mancano poi episodi di violenza: come il pestaggio, lo scorso anno, di un soldato delle forze armate israeliane di origine etiope, Damas Fekade, da parte di due poliziotti in un sobborgo di Tel Aviv. L’evento accese diverse proteste, a cui la polizia reagì con granate stordenti, cannoni ad acqua e altre armi anti-sommossa. Gli scontri causarono feriti sia tra la polizia che tra i dimostranti, decine dei quali furono arrestati.

All’epoca, il primo ministro Benjamin Netanyahu incontrò Fekade e i leader della comunità etiope di Israele per rassicurarli: “Dobbiamo essere uniti contro il fenomeno del razzismo, per denunciarlo ed eliminarlo”. Lo scorso autunno, Israele aveva approvato un piano per trasferire gli “ultimi” ebrei etiopi. Il 15 novembre 2015, il governo votò all’unanimità un piano che consentiva il trasferimento di oltre novemila discendenti degli ebrei etiopi costretti a convertirsi al cristianesimo, che da anni aspettavano in campi di transito in Etiopia di ricongiungersi ai propri parenti in Israele. Il permesso di stabilirsi in Israele sarebbe stato condizionale alla conversione all’Ebraismo. Tuttavia, il governo ha cancellato il piano. Il Premier ha risposto comunicando ai deputati che non ci sarebbe stato nessun trasferimento per ragioni economiche.

Non si sono fatte attendere le proteste: circa duemila ebrei etiopi hanno sfilato per le strade domenica 21 marzo 2016, giorno in cui sono atterrati all’aeroporto di Tel Aviv alcuni ebrei yemeniti evacuati con un’operazione segreta da Rayda e Sana’a.
Ancora una volta, la comunità etiope si è trovata a manifestare contro la discriminazione, denunciando come il paese incoraggi l’immigrazione dall’Europa e dagli Stati Uniti, ma lasci indietro i congiunti dei cittadini israeliani di origine etiope. Tra i manifestanti, anche il deputato Avraham Neguise, egli stesso un immigrato, che sta boicottando i voti parlamentari da quando è stata data comunicazione del blocco del piano di trasferimento.

Sorprende la decisione iniziale di accogliergli, se si considera che Israele continua a cercare di contenere la popolazione etiope anche con metodi discutibili, come la somministrazione di farmaci anticoncezionali. Nel 2008 vennero alla luce testimonianze sul fatto che la sanità israeliana stesse somministrando alle donne etiopi il Depo Provera, un contraccettivo assunto tramite iniezioni ogni tre mesi, che alcuni medici preferiscono evitare per via dei suoi effetti collaterali, tra cui l’osteoporosi. Questo farmaco è spesso associato con la pratica del governo apartheid sudafricano di somministrarla, coercitivamente, alle donne di colore per limitarne la fertilità.

Non bisogna dimenticare poi la discutibile politica nei confronti dei rifugiati provenienti dal continente africano che hanno il torto di “non essere ebrei”. Al premier Netanyahu si attribuisce anche l’idea che i migranti clandestini provenienti dall’Africa “minacciano l’esistenza stessa di Israele come stato ebraico e come stato democratico”.

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