REGENI: OGGI L’INCONTRO A ROMA TRA INVESTIGATORI EGIZIANI E ITALIANI "Volevano fare sparire Giulio nel deserto", l'ultima mail anonima al quotidiano "La Repubblica"

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verità per giulio

È iniziato l’incontro a Roma, nel primo della due giorni tra la delegazione di investigatori egiziani e gli inquirenti italiani, nella sede della Criminalpol ad Anagnina, per fare luce sulla morte di Giulio Regeni, il cui corpo seviziato da prolungate torture è stato trovato, in circostanze oscure, il 3 febbraio scorso, al Cairo, dove il giovane ricercatore universitario si trovava ufficialmente per i suoi studi. Il volo di linea Alitalia 897 proveniente dalla capitale egiziana, con a bordo la delegazione, è atterrato poco prima delle 20, ieri sera, all’aeroporto di Fiumicino.

Il ministero dell’Interno dell’Egitto ha preparato un dossier, da consegnare al procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, al pubblico ministero Sergio Colaiocco e agli altri delegati italiani della sicurezza. Secondo quanto dichiarato da fonti egiziane al quotidiano locale “Akhbar el-Yom”, nei giorni scorsi, tra le “ipotesi” inquirenti del Cairo ci sarebbe anche un’attribuzione di responsabilità ai Servizi Segreti deviati, al fine di mettere in difficoltà i rapporti internazionali del presidente al-Sisi. In una intervista ad un’emittente televisiva locale, il ministro dell’Interno egiziano ha dichiarato che “questo caso deve finire com’è giusto: le autorità italiane ed egiziane collaborino per contenere la crisi”.

Tante sono le ricostruzioni che, da quel terribile giorno del ritrovamento, il governo egiziano ha proposto all’Italia; tra queste, alcune “fantasiose”, come motivi amorosi o perfino un eventuale coinvolgimento del giovane, a titolo poco chiaro, in affari illegali, come il traffico clandestino di opere d’arte. Ma sembra ormai non più occultabile un intervento degli apparati di sicurezza egiziani nell’orribile delitto.

“Ci fermeremo soltanto quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni nella sua informativa urgente al Parlamento, martedi 5 aprile scorso. Gentiloni ha anche affermato che l’incontro di oggi bilaterale di sicurezza “potrebbe essere decisivo”.

Alcune fonti autorevoli hanno rivelato che Giulio Regeni operava come analista d’Intelligence sotto copertura, tra gli operatori reclutati tra i civili, in una triangolazione italo-americana-britannica. “Giulio Regeni era un agente di primo livello, non un semplice collaboratore”, scriveva il 14 febbraio 2016 sul suo blog il giornalista investigativo Marco Gregoretti.

Da fonti anonime della polizia egiziana, che intrattengono una comunicazione epistolare informatica con il quotidiano “La Repubblica”, il responsabile delle torture fino all’uccisione del brillante giovane studioso sarebbe il generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale egiziana. Per attestare la loro credibilità, avrebbero pure raccontato dettagli raccapriccianti delle torture, conosciute soltanto ai nostri magistrati e investigatori e ignorate dal pubblico,
Un anonimo che si dice della polizia segreta egiziana scrive da qualche giorno a Repubblica accusando i vertici egiziani e svelando dettagli delle torture inflitte a Giulio Regeni mai resi pubblici, conosciuti solo dagli inquirenti italiani. Le mail sono state acquisite dalla Procura di Roma.

L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza. Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme a ufficiali della Sicurezza nazionale. Fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per 24 ore”. Nella caserma di Giza, Giulio “viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana, viene pestato”. Chi lo interroga “vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando”. Quindi, “per ordine del ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar”, tra il 26 e il 27 gennaio, “viene trasferito in una sede della Sicurezza nazionale a Nasr City”. Dopo tre giorni di torture, il ministro dell’Interno decide di investire della questione “il consigliere del presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato al-Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari a Nasr City perché venga interrogato da loro”. Qui viene torturato in modo disumano – racconta la fonte anonima al quotidiano –, fino alla morte. “Viene messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne. La decisione viene presa in una riunione tra al-Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la Sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja”. Nella riunione – conclude la mail – “viene deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria”.

“Volevano fare sparire Giulio nel deserto”, si legge nell’ultima mail anonima al quotidiano “La Repubblica”. Le mail scritte dall’anonimo sembrerebbero contenere una “molteplicità di imprecisioni nella ricostruzione dei fatti e soprattutto in riferimento agli esami autoptici”, secondo gli inquirenti. E quindi, “non verranno prese neanche in considerazione”, anche perché così stabilisce la procedura penale italiana per le comunicazioni anonime.

Secondo alcuni media egiziani, il nome che l’Egitto è pronto a “sacrificare” per scaricare la responsabilità della morte di Giulio Regeni sarebbe proprio quello del generale Shalabi, l’alto ufficiale della Sicurezza nazionale incaricato del caso Regeni, “già condannato nel 2003 da un tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un uomo e falsificato i rapporti della polizia, ma reintegrato dopo la sospensione della sentenza”.

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