LESBO, L’ISOLA DOVE SI CALPESTANO I DIRITTI UMANI Ogni settimana sulle coste dell'isola greca sbarcano cinque mila profughi

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In quel vasto cimitero che sta diventando il Mar Mediterraneo, c’è un isola, un faro di speranza per tutti quelli che fuggono dalla guerra che sta distruggendo il Medio Oriente. Lesbo, che un tempo accolse i natali dei grandi poeti lirici come Saffo e Alceo, oggi è divenuta la porta dei migranti verso l’Europa. Sulle sue coste, ogni giorno, approdano le carrette del mare. Sono cinque mila i migranti che ogni settimana arrivano sulla piccola isola. Attraversano il tratto di mare che separa la Grecia dalla Turchia, e dopo essere giunti a terra, risalgono la montagna, per raggiungere Mitilene, a 60 chilometri di distanza.

Il viaggio è un vero e proprio inferno: sopportano l’improvviso sbalzo termico del mare. Alcuni muoiono per il troppo caldo o il troppo freddo. Una volta giunti a terra la loro esistenza si trasforma in una lunga attesa: ci vogliono fino a dieci giorni per essere registrati e poter quindi lasciare l’isola, immersi nel fango, senza un riparo, con centinaia di bimbi e anziani che rischiano la vita per lo sviluppo di malattie a causa delle scarse condizioni igieniche.  Un’infinita marea umana che si riversa giunge in Europa per cercare di salvare i proprio figli.

Sono persone, ma troppo spesso vengono trattati come bestie. E non mancano le proteste. Gridano “libertà” e “diritti umani”, tenuti a distanza dietro le recinzioni e il filo spinato, guardati a vista dalla polizia. Chiedono di non essere espulsi, cosa che accadrà per la maggior parte di loro in seguito all’accordo fra Unione Europea e Turchia, che prevede il rimpatrio di tutti quelli che non hanno diritto d’asilo. Molti non ne sono a conoscenza. Diverse associazioni umanitarie, fra cui Msf, Unhcr e OXfam, hanno denunciato le tragiche condizioni in cui versano i migranti. Condizioni disumane e profughi intrappolati nel campo senza libertà di movimento.

Sull’isola di Lesbo, che ha gestito la maggior parte degli arrivi dal 2015, attualmente ci sono oltre 2000 fra migranti e rifugiati. Ed è anche per questo che Papa Francesco vuole raggiungere la Grecia. In questi tre anni di pontificato ha sottolineato l’importanza di raggiungere le periferie esistenziali dell’umanità per riscoprire la bellezza e l’autenticità del messaggio evangelico. La sua visita, accompagnata dal patriarca Bartolomeo I, serve a ribadire che si possono percorrere le rotte dell’accoglienza, al contrario della Comunità Europea, la quale ha deciso di spendere miliardi per chiudere le i confini.

Il primo giorno dell’attuazione dell’accordo tra Ue e Turchia sul respingimento dei migranti, padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli dei Gesuiti, ha detto: “Assistiamo al primo atto di una serie di violazioni gravissime ai danni dei migranti. L’Unione Europea continua a non rispondere alla domanda principale: come è possibile oggi arrivare a chiedere asilo in Europa senza affidarsi ai trafficanti? Il traffico di esseri umani non si combatte colpendo le vittime. Assurdo doverlo ribadire. Al momento non ci sono alternative legali. Ci pare ampiamente dimostrato che innalzare muri non basta e soprattutto non serve. Si calpestano 60 anni di lavoro sui diritti umani”.

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