Guerra e politica nel gioco della storia

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La mappa della geografia politica mondiale, che comprende i singoli Stati e le Istituzioni, è continuamente integrata da una successione continua di conflitti, con una complessa varietà di scenari e dinamiche, legati a contesti e circostanze.

La guerra è stata il comune denominatore nell’evoluzione delle entità sociali e delle loro architetture istituzionali, la cui esistenza è stata modellata dai risultati sul campo nello scontro tra imperi. Anche una situazione di conflitto strisciante, per quanto non combattuto direttamente, come la guerra fredda, si è conclusa con un effetto sulla mappa della geografia politica e delle dinamiche socio-politiche, portandosi dietro una scia di risentimento per il suo uso, o abuso.

L’origine semantica dei termini greci di guerra (πόλεμος) e politica (πολιτική) è pressoché dalla stessa radice, quindi, esse hanno un legame d’unione indissolubile. Mentre nel linguaggio corrente la parola “guerra” è stata banalizzata, nell’uso istituzionale è quasi svanita. In realtà, essa esprime, in uno spettro immaginario, il limite estremo dell’azione esterna dello Stato. Rappresenta una situazione di condizione pericolosa per la sicurezza, che spinge alla mobilitazione di tutte le forze e risorse necessarie per la sopravvivenza. Eppure, non è un caso che la stampa occidentale, e anche alcuni studiosi, ricorrano al termine “guerra” per descrivere situazioni contemporanee, come un promemoria emotivo di un vero conflitto. Questo è il motivo per cui la comunità scientifica da tempo dibatte su quali siano le condizioni necessarie a definire il fenomeno della guerra. Sono stati trovati alcuni denominatori comuni, alcuni parametri, come il numero di combattenti coinvolti (il minimo è di 50.000) e una struttura organizzativa in entrambe le parti contrapposte.

Eppure, nel corso dell’evoluzione della società, nel solco tracciato dalle forze della modernità, anche il diritto internazionale si è adattato alle nuove tendenze di istituzionalizzazione della più generica e inclusiva espressione di “conflitto armato”. In questo contesto, il riferimento al termine “guerra” riporta allo stereotipo delle guerre classiche tra nazioni libere, culminate, in un crescendo di violenza e di distruzione, nelle due Guerre Mondiali, dal 1914 al 1945. Non a caso, il generale de Gaulle ha fatto il riferimento alla Guerra dei Trent’anni, classificando così le due Grandi Guerre come “guerre civili” nella prospettiva europea. In realtà, la Guerra dei Trent’anni, anche se ha prodotto una lacerazione tra protestanti e cattolici in Germania, in una miscela devastante di religione e politica, alla fine, tuttavia, il capolavoro del Trattato di Westfalia ha prodotto i fondamenti dello Stato moderno.

Attualmente, importanti cambiamenti storici e sociali, come la nascita delle Nazioni Unite, le missioni dei Caschi Blu, una nuova cultura globalizzata e un diritto più evoluto, hanno ridotto significativamente la probabilità di guerre tra Stati. Lo stesso termine “guerra”, opposto a quello di pace, in “un tipico esempio di antitesi”, per usare le parole del filosofo politico Norberto Bobbio, è stato ufficialmente esiliato e socialmente esorcizzato. Ma, come in passato, la persistenza di tensioni e conflitti in un mondo in rapida evoluzione, mostra come i principi acquisiti, incapsulati nelle Convenzioni internazionali, come l’inviolabilità delle frontiere esterne, sono ben lungi dall’essere dati per scontato. La prova è, per esempio, nelle attuali dinamiche socio-politiche nel Levante e sulla sponda meridionale, dove le ceneri dell’Impero Ottomano e della decolonizzazione hanno posto rispettivamente l’accento sulla fragilità dei modelli di certi Stati nel rapporto diretto con l’erosione del post-Guerra Fredda.

L’aumento delle relazioni e delle interdipendenze politiche e commerciali ha lasciato ampio spazio alle forze positive della cooperazione in materia di sicurezza. Queste hanno contribuito alla costruzione di un sistema internazionale, attraverso la creazione di un’architettura di istituzioni politiche, economiche, finanziarie e giuridiche tra loro interdipendenti. Oggi, per prendere in prestito un termine coniato apposta per l’impossibilità di far fallire le grandi banche, gli Stati appartenenti alla categoria G possono essere considerati come “troppo grandi per combattere se stessi”. Ma, le dinamiche cicliche di guerra e di pace ci portano a considerare uno stato perenne elastico di oscillazione tra l’uno e l’altro.

Oggi, in un’altra arena, uno stato di angoscia generale, iniziato sotto i buoni auspici della Primavere Arabe, si è trasformato in un Risveglio Arabo con una connotazione geopolitica. Allo stesso tempo, l’arrivo improvviso sulla scena di potenze esterne, come la Russia, evoca l’anno 1630, quando la Svezia è entrata nella Guerra dei Trent’anni. Questo intervento ha avuto l’effetto di una politicizzazione e internazionalizzazione del conflitto. Nel frattempo, la guerra canonica, regolata da norme e principi per controllarne la portata, la profondità e le finalità crescenti, si presenta oggi in forme ibride; inoltre, con l’aggiunta di attori non statali, ha perso il suo “sapore” militare. Ora, il “militare responsabile” è chiamato a confrontarsi con militanti di ogni tipo, compresi combattenti irregolari improvvisati così come criminali di ogni genere. La rivoluzione nelle attività militari sulla base della diffusione e del possesso delle informazioni, ha portato sia ad operazioni ad alta tecnologia (guerra a distanza con i droni in tandem con le forze speciali e robot sul terreno), che alle nuove frontiere di guerra (come la guerra cibernetica), e alla privatizzazione della sicurezza (con operatori commerciali e così via).

La guerra è diventata un business. Da un lato, la brutalità è diventato una sorta di filo conduttore nelle guerre interne di controllo, dall’altro, l’ossimoro dell’espressione “guerra umanitaria” cala dubbi sulle vere intenzioni, spesso nascoste dietro maschere di convenienza. Il New York Times ha recentemente svelato che l’intervento improvviso in Libia nel 2011 è stato sostenuto da una scommessa strategica su un’”azione umanitaria” urgente, al fine di supportare la democrazia e l’integrazione nella costruzione delle istituzioni in Libia. Nella pratica, i buoni principi del diritto possono avere una cattiva applicazione. Le dinamiche della sicurezza e sociali sono intrecciate. Pertanto, le risposte alle crisi dovrebbero essere approntate sulla base delle buone pratiche giuridiche e giudiziarie e nelle applicazioni operative, e dovrebbero essere accompagnate dalla volontà di fare passi avanti in un quadro di finalità condivise, obiettivi e azioni.

Un grande Presidente degli Stati Uniti, Dwight Eisenhower, sullo sfondo di un complesso militare industriale crescente, al quale si opponeva, ha dichiarato: “Odio la guerra, come solo un soldato che l’ha vissuta può odiarla, come uno che ha visto la sua brutalità, la sua inutilità, la sua stupidità”.

Mario Rino Me
Già Presidente del Comitato Direttivo dell’iniziativa 5+5 Difesa e Capo di Gabinetto del Comitato Militare della NATO, Vice Capo Reparto “Politica Militare e Pianificazione” dello Stato Maggiore Difesa, Responsabile Affari Multilaterali e Pianificazione Strategica

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