LA SAGA “PANAMA PAPERS” CONTINUA: IL PADRE DI DAVID CAMERON SOTTO I RIFLETTORI

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Panama Papers

“Panama Papers”, il nuovo Wikileaks della finanza, continua ad attrarre l’attenzione mediatica, distraendola dai successi dell’esercito siriano con quello russo contro l’Isis. Dai documenti segreti al centro dello scandalo, trafugati dallo studio legale di Panama Mossack Fonseca, specializzato in paradisi fiscali, con uffici in 42 paesi in tutto il mondo, il focus di oggi, sui quotidiani britannici come “The Guardian”, “The Times” e “The Daily Mirror” è sul padre del premier David Cameron, Ian, morto nel 2010, che avrebbe nascosto al fisco per decenni i suoi proventi di broker finanziario, spostando ingenti somme di denaro in Centro America, attraverso prestanome caraibici di società offshore della sua Blairmore Holdings. Il figlio si trincera dietro un very british “no comment” e risponde: “Sono questioni private”, mentre altri nomi di notabili e donatori del Partito Conservatore inglese sono estratti dalla lista. Il leader laburista Jeremy Corbyn cavalca l’onda dello scandalo e dichiara che “accumulare denari in paradisi fiscali strappa risorse ai servizi sociali”.

Anche il “cerchio magico” di Marine Le Pen tra i sospettati di aver messo in piedi “un sistema offshore sofisticato”. Secondo il quotidiano “Le Monde”, il padre della presidente del Front National francese, Jean-Marie, avrebbe occultato una parte del suo “tesoro”, di banconote, lingotti e monete d’oro, attraverso la società offshore Balerton Marketing Limited, creata nei Caraibi nel 2000 e intestata al suo maggiordomo Gerald Gerin come prestanome .

Le prime “vittime” della rivelazione pubblica dei nomi della finanza illecita nascosti in oltre 11milioni di documenti, di cui si sono occupati oltre 300 giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalists di 76 Paesi, erano stati fedeli di Vladimir Putin come anche del leader ucraino Petro Poroshhenko, familiari del leader cinese Xi Jinping, ma anche i “nostrani” Luca Cordero di Montezemolo, al tempo in cui era al vertice della Ferrari e presidente della Fiat, il quale, attraverso fonti vicine, dichiara di non possedere, né lui “né la sua famiglia”, alcuna società offshore, e l’imprenditore Giuseppe Donaldo Nicosia, latitante, coinvolto in un’inchiesta per truffa con Marcello dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia condannato per associazione mafiosa. Nello scandalo sono coinvolte banche italiane, Ubi e UniCredit, e anche personaggi dello spettacolo e dello sport, come Leo Messi, e, sembrerebbe, politici, funzionari d’intelligence, e notabili di varia appartenenza sociale. In Italia, “L’Espresso” ha l’esclusiva e lo scandalo si annuncia con uno storyboard di lunga durata a puntate. Mentre l’Agenzia delle Entrate comunica di essersi attivata per ottenere la documentazione relativa ai contribuenti italiani coinvolti, per poi fare le proprie indagini.

Tra i frodatori internazionali del fisco ci sarebbero 33 società o individui inclusi come criminali nella lista nera degli Stati Uniti d’America, per affari di droga in Messico, o come affiliati in organizzazioni definite terroristiche, come gli Hezbollah sciiti libanesi, o di Stati “nemici”, come la Corea del Nord.

I media britannici continuano, però, a dare maggiore rilievo al coinvolgimento dell’entourage di Putin. Sergei Roldugin, un musicista, tra i migliori amici del presidente russo e padrino di una delle sue figlie, sarebbe il terminale nominale di uno spostamento di due miliardi di dollari da Bank Rossya verso Cipro e il paradiso off-shore delle Isole Vergini Britanniche. Il Cremlino parla di “invenzioni” e di “putinofobia”, e afferma: “Autori dello scoop sono agenti Usa”.

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