TWEET DOPO L’INFERNO

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Aprirsi al mondo dopo l’inferno della prigionia. Avere il coraggio di raccontare la propria esperienza senza paura e la forza di ironizzare su un’esperienza atroce. Spiegare cosa voglia dire stare per anni lontani da casa, affrontare ogni giorno la paura di morire, cercando di carpire le singole sfumature nelle espressioni dei tuoi carcerieri. Dietro uno sguardo diverso, una parola bisbigliata, può, infatti, nascondersi la volontà omicida.

Sequestrato dai talebani e rimasto nelle loro mani per quasi 5 anni, Shahbaz Taseer ha scelto Twitter come mezzo inconsueto per far conoscere al mondo la sua esperienza. Uno schiaffo a chi usa i social network per diffondere messaggi di violenza e di morte, dai jihadisti ai cyberbulli, ignorandone il potenziale divulgativo, la vocazione solidaristica, la straordinaria capacità di questi mezzi di accorciare le distanze fra i popoli.

Con toni leggeri e ironici, alzando solo un velo sul dramma vissuto, il giovane pakistano si è aperto alla rete, lasciando che gli utenti gli facessero domande con l’hashtag #AskST. Così in migliaia sono venuti a sapere le prime parole pronunciate alla moglie Maheen, una volta liberato: “ti avevo detto che sarei tornato”. Un lieto fine hollywoodiano. Una speranza per i tanti che si trovano ancora in mano ai fondamentalisti.

A chi gli chiedeva come abbia “riprogrammato il cervello per non farsi inghiottire da tanta negativita’”, il 30enne ha ironizzato, “basta semplicemente cliccare su ‘cancella’”, corredandolo con tanto di faccina sorridente. Oltre al rapimento Shahbaz ha dovuto superare anche l’omicidio del padre, Salman Taseer, governatore liberale della provincia di Punjab, ucciso proprio dai talebani qualche mese prima del sequestro del figlio a Lahore, nell’agosto 2011. L’uso di Twitter, in realtà, è un costume di famiglia: anche Salman ne era un fan prolifico. Il figlio ha seguito le orme paterne e, rifiutando le decine di richieste di intervista, ha preferito usare il popolare cinguettio.

In 140 caratteri, Shahbaz ha raccontato la solitudine della prigionia, ricordando il suo unico amico, “un ragno chiamato Peter”, ma anche l’annuncio alla madre della sua liberazione quando venne ritrovato nella provincia del Baluchistan, un semplice “mamma, sono scappato”. Ma interrogato di nuovo sul pensiero della fuga, il 30enne ha ammesso che ci pensava “solamente in sogno, che non era male”. Nel flusso di mini-racconti c’è spazio per il calcio, con la passione per il Manchester United, ma anche battute di spirito sui talebani, che non hanno cercato di reclutarlo perché “non amavano il mio stile”.

L’hashtag è immediatamente diventato virale. Centinaia di utenti hanno rivolto domande al giovane, chiedendogli maggiori informazioni sulla sua esperienza. “Durante la prigionia hai subito torture?”, “Sei riuscito farti qualche amico umano?”, “Vedi qualche differenza tra il Pakistan di oggi e quello del 2011?”, sono alcune delle domande postate nelle ultime ore. In molti si sono rivolti alla moglie, per capire come abbia vissuto questa drammatica esperienza.

La scelta di Shahbaz è stata accolta con entusiasmo dai pakistani, colpiti duramente dal terrorismo, con l’ultimo attentato proprio a Lahore che ha fatto 74 morti nella domenica di Pasqua. Il giovane è stato ritrovato all’inizio di marzo, nei pressi di Quetta, capitale del Baluchistan, dopo essere passato nelle mani di più gruppi nelle zone tribali del nord-ovest. La sua liberazione è arrivata una settimana dopo l’impiccagione dell’assassino del padre, Mumtaz Qadri. Una condanna a morte che ha suscitato violente proteste, con una folla di circa 100mila persone che ha partecipato ai funerali dell’estremista islamico.

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