LA PASQUA ATTRAVERSO I SECOLI

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Pasqua

La Pasqua cristiana è celebrata nella domenica che segue al primo plenilunio di primavera. Questa data fu fissata nel IV secolo d. C., nel Concilio di Nicea, così mantenendo il legame con la tradizione ebraica, che la festeggia però il sabato. In ebraico, pesach, dall’aramaico pasa’, significa “passare oltre”. Infatti, per gli ebrei, ricorda la liberazione dalla schiavitù in Egitto e il passaggio verso la terra promessa. Nel “Targum”, la Bibbia ebraica in aramaico, al capitolo II “Exodi”, però, si legge che nella notte di Pasqua si ricorda la creazione, il sacrificio di Isacco, il passaggio del Mar Rosso, la venuta del Messia e la fine del mondo. Sono i quattro pilastri delle tre religioni monoteiste. La fede in un solo Dio sommamente buono e onnipotente, che ha creato il mondo dal nulla, dal quale quindi ha origine il tempo e al quale tende ogni cosa come fine ultimo, il “pellegrinaggio” della vita e dell’umanità sulla terra, per tornare alla casa del Padre, il giudizio universale.

La Pasqua è l’elemento essenziale della fede cristiana, non soltanto della liturgia, e lega il suo significato anche al termine greco pathein, che significa la Passione di Gesù, la morte e Resurrezione di Cristo, e si completa con la Parusia, la sua seconda venuta, per il giudizio finale. “Cristo morì per i nostri peccati, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno secondo le Scritture”, leggiamo nella prima lettera ai Corinzi (15,3-4). “La Resurrezione di Gesù è la verità culminante della fede in Cristo”, dichiara il Catechismo della Chiesa Cattolica (2, 638). È l’essenza del messaggio evangelico e il Mistero centrale del Cristianesimo. È un evento storico, che trascende però la dimensione umana e trasporta la verità dell’esistenza nella dimensione divina, eterna, e in quanto tale è oggetto di fede. Scrive il Papa Emerito Joseph Ratzinger nel suo “Gesù di Nazareth” che, in un certo senso, la Resurrezione è “una sorta di radicale ‘salto evolutivo’, in cui emerge una nuova dimensione della vita”. E poi: “La materia stessa viene infatti rimodellata in un nuovo tipo di realtà. L’uomo Gesù, completo del suo corpo, ora appartiene alla sfera del divino e dell’eterno. Da questo momento in avanti, come disse una volta Tertulliano, ‘spirito e sangue’ hanno un posto in Dio”.

Ecco, allora, l’unicum della Resurrezione di Cristo, rispetto ad ogni altra concezione di rinascita o di vita dopo la morte: Gesù è morto il venerdì precedente la Pasqua ed è risorto la domenica, come corpo mistico, trasfigurato, in “carne e ossa”. È “il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, porta ancora i segni della Passione. Questo corpo, autentico e reale, possiede però al tempo stesso le proprietà di un corpo glorioso, non è più limitato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente dove e quando vuole”, leggiamo nel Catechismo (2, 645).

Il teologo gesuita Paul O’Callaghan afferma che vi sono alcuni elementi che attestano la storicità della Resurrezione. Il primo, lo raccontano tutti e quattro gli evangelisti, con piccole differenze di dettaglio che ne attestano ulteriormente l’autenticità. Tutti raccontano che la testimone fu Maria di Magdala, che si era recata al sepolcro, all’alba di domenica, per completare la procedura di imbalsamazione, in uso presso gli ebrei, che era stata interrotta, il venerdì, per la sospensione di ogni attività nel giorno di sabato. Matteo, Marco e Luca dicono che con lei, a trovare la tomba vuota, c’era anche Maria di Giacomo, e con loro c’era, per Marco, Salomè, per Luca, Giovanna. Per Matteo e per Marco, è un angelo a dare l’annuncio che “Gesù non è tra morti, è resuscitato”. Per Giovanni e Luca, gli angeli erano due. Il secondo elemento, è il linguaggio usato nel Vangelo per raccontare come Gesù si presentò alle donne, prima, ai discepoli poi, alla sera dello stesso giorno: una terminologia concreta, “fisica”: “si fece vedere da loro”, poi li invita a “toccare e vedere”, spezza il pane, mangia insieme a loro. Quindi, nei Vangeli si narra che gli apostoli avevano difficoltà a riconoscerlo, erano scettici. E questo è un motivo a favore della veridicità della loro testimonianza. Questi elementi confutano le eventuali obiezioni, che sono più inconsistenti logicamente della credibilità, pur misteriosa, della Resurrezione.

Le critiche alla storicità sono essenzialmente le seguenti: il corpo di Gesù sarebbe stato trafugato dai discepoli. Ma quest’azione illegale contrasta con tutto il racconto evangelico sui discepoli come uomini probi e timorati di Dio. E per difendere la verità della Resurrezione di Cristo, sono stati disposti pure a morire. Una seconda ipotesi è che Gesù non sia morto sulla croce, ma abbia ingerito una sostanza che abbia procurato un decesso apparente e, quindi, si sia poi risvegliato e sia fuggito. Ma la descrizione delle torture subite, della violenza delle ferite inferte, induce piuttosto gli storici a interrogarsi su come avesse potuto addirittura Cristo resistere tanto tempo in vita prima di esalare l’ultimo respiro. L’accusa che i discepoli potessero avere inventato la Resurrezione di Gesù per divinizzarne la figura non è supportata in vario modo. Innanzitutto, perché gli stessi apostoli ebbero difficoltà a comprendere quanto era accaduto e furono confusi e spaventati, pensarono che Gesù fosse un fantasma. E poi, questa originale dottrina di predicazione cristiana non era affatto affascinante per i pagani, anzi, era “causa di ironia, perché non lo comprendevano”, scrive Origene nel II secolo d. C., e sant’Agostino dichiara che “nessun articolo di fede è maggiormente respinto di quello della Resurrezione della carne”.

Nella concezione greca, la materia era inferiore allo spirito e, dunque, il corpo era considerato come un limite e una prigione, il valore dell’uomo era nella sua anima. La Resurrezione di Gesù stravolge l’ordine naturale e il sistema antropologico e morale. Nel mondo, infatti, tutto sembra muoversi verso la morte e la dissoluzione, mentre Gesù è vivo in eterno. “L’immortalità assume il suo significato, di comunione con Dio e con l’intera umanità”, scrive ancora Benedetto XVI. Dice Paolo ai Romani: “Se lo Spirito di colui che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo del suo Spirito, che abita in voi” (RM 8, 11).

Ma, se la dottrina della Resurrezione sembrava allora in forte contrasto con le teorie scientifiche al tempo dominanti, oggi, che la scienza ha cambiato i suoi paradigmi logici e culturali, e ha scoperto che entropia e neghentropia, distruzione e trasformazione, sono due principi inseparabili ed entrambi irrinunciabili per la vita, ecco che la Resurrezione non può essere contestata in nome e per conto della scienza, ma resta una verità e un mistero di fede, che pure può trovare la scienza alleata. Resurrezione significa, infatti, letteralmente, “tornare alla luce” o “rialzarsi dalla caduta”. La medicina vibrazionale considera l’uomo nella sua multidimensionalità di corpo, anima e spirito, e la scienza contemporanea afferma che siamo energia. Il principio di relatività di Einstein espresso nella formula “E=mc²” ci dice che c’è una reversibilità tra materia ed energia. Quanto alla caduta, Gesù ha dato la vita per noi, per risollevarci dal peccato, e così, in Cristo e per Cristo, siamo vivi in eterno, torniamo alla luce dal buio del peccato e ci risolleviamo nella Grazia. Alla fine dei tempi, il peccato sarà vinto e la morte sarà sconfitta. Risorgeremo nella carne, a somiglianza di Gesù, e vivremo in eterno nel Regno di Dio sulla Terra. È questa la nostra speranza, è questa la nostra fede.

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