FRANCIA: UNA RIVOLUZIONE PER IL LAVORO

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loi du travail

#OnVautMieuxQueCa: ovvero “noi meritiamo di più”, e “Loi du travail? Non, merci”, sono alcune iniziative sorte per protesta contro la legge del lavoro in discussione in Francia. Risposta: “il movimento contro la legge del lavoro ce la farà”, cosí titolava Le Monde l’8 marzo scorso, giorno di un’oceanica manifestazione di piazza contro la nuova legge del lavoro francese. Detto, fatto: il governo indietreggia su alcuni punti e rimanda la discussione. Oggetto del contendere? Il disegno di legge di Myriam El Kohmri, il Ministro del Lavoro socialista che, se dovesse venire approvato, inciderebbe profondamente sul mercato del lavoro francese storicamente forte, ma sempre più intaccato dal precariato e dalla crisi della domanda. Il ministro per difendersi dichiara a Les Echos: “L’obiettivo […] è quello di adattarsi ai bisogni delle imprese”. Ma cosa si vorrebbe fare digerire di scomodo ai cittadini francesi?

Vediamo: il nuovo disegno ammette la possibilità per gli accordi aziendali di andare in deroga ai contratti di categoria, ovvero: i sindacati potranno accordarsi con le aziende anche in favore di queste ultime. Caso specifico: se un’azienda delocalizza, il lavoratore potrà solo “scegliere” tra la propria delocalizzazione e la disoccupazione, caso già avvenuto alla Bosch di Vénissieux, ad esempio. Ancora: viene ridefinito il concetto di “difficoltà economica dell’azienda”, in maniera fumosa si parla di “perdita di redditività” e l’impresa non è più vincolata a riallocare un lavoratore licenziato.

Potremmo andare avanti, ma questi pochi esempi bastano a trarre una conclusione: si vogliono scalfire i diritti dei lavoratori, le loro vite, rendendole deboli e precarie, insicure e povere. Nulla di nuovo per noi italiani, ma con una grande differenza: la capacità e la convinzione con la quale i francesi rivendicano i propri diritti. Il testo di legge è stato pubblicato da alcune testate giornalistiche e via: si mobilita tutta la società, complici i sindacati, con uno sciopero generale in cui non escono giornali, vengono fermati i mezzi di trasporto, gli studenti scendono in piazza con cartelli che invocano le dimissioni del governo e urlano: “nos sacrifices, leurs bénéfices!”. Campagne virali sul web non fanno che denunciare quanto il lavoro divenga campo di umiliazione e di schiavitù: “avevo un amico che a causa di troppe pressioni si è suicidato, noi meritiamo di più”, dice uno dei tanti “youtuber” che offrono il loro volto, per testimoniare la disperazione causata da salari bassi e diritti sempre meno tutelati.

Eh sì, i francesi nella disperazione sanno rivendicare, da sempre, non c’è che dire. Non si può dimenticare quanto il senso dei diritti abbia permeato la società d’oltralpe: dalla Rivoluzione sono usciti vincitori, traghettando l’intera Europa verso l’età contemporanea, quella dei diritti. Dalle loro proteste è scaturita la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, contenente garanzie che saranno le basi delle nostre costituzioni. La patria del contrattualismo, che all’idea di obbedienza ha opposto quella del rispetto dei diritti, è ancora lei. Indiscutibilmente. Ed i risultati sono tangibili. Il 9 marzo, giorno seguente alla grande mobilitazione, Manuel Valls, Primo Ministro socialista dichiara: “il mio metodo è il dialogo, certamente dei miglioramenti sono possibili”, aggiunge che proprio i punti più contestati, ovvero quelli che riguardano il licenziamento senza giusta causa e le insidie al salario di disoccupazione, saranno oggetto delle “améliorations”.

E non poteva essere altrimenti: ben il 70% dei francesi è risultato contrario alla legge, i sindacati interrogano il governo senza sosta e l’iter si preannuncia ancora molto, molto teso per il governo, di cui certamente i francesi sapranno sbarazzarsi presto, se non si sentiranno ascoltati. Ma per rivendicare bisogna sapere, se ci viene da chiedere perchè tanta potenza non si sia mai vista in Italia, ove le parti sociali faticano ad ottenere risultati; possiamo azzardarci a rispondere con un’altra domanda: il problema non sarà culturale? Insomma, la Francia è tutt’ora patria di grande fermento culturale, ed a substrato della Rivoluzione francese c’era l’Illuminismo. Non sarà il nostro avere abdicato alla cultura che ci ha portati all’incapacità di rivendicazione?

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