LA RETE (BUCATA) DELL’ANTITERRORISMO

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A volte le decisioni dei magistrati vanificano l’antiterrorismo. Può sembrare un paradosso se non addirittura una blasfemia ma purtroppo alcuni fatti sono incontrovertibili, sanciti da sentenze. Giudici troppo solerti nello spaccare il capello in due, vittime essi stessi di leggi ancora poco chiare sul terrorismo internazionale, hanno rimesso in libertà pericolosi personaggi legati a vario titolo alla galassia del jihadismo che la Polizia di Prevenzione e i carabinieri del Ros avevano individuato e arrestato.

Il primo caso che vale la pena di ricordare è quello di Giuliano Ibrahim Dlnevo il primo foreign fighter italiano di nascita morto in Siria tra le file dell’Isis. Delnevo era stato arrestato dalla Digos perché sospettato di esser entrato in contatto con i terroristi del Califfato ma la magistratura non ha rilevato motivi di pericolosità e così lo hanno lasciato libero. Il giovane a quel punto è partito da Genova e raggiunto la Siria dove purtroppo è morto.

Ancor prima una puntuale azione dell’antiterrosimo della Polizia di Stato aveva bloccato al porto di Bari Bassam Ayachi, 61, imam della moschea di Molenbek il quartiere di Bruxelles divenuto oggi famoso per essere l’enclave europea del Califfato. L’uomo viaggiava con il figlioletto di sei anni chiamato con il nome del capo degli attentatori dell’11 settembre, Mohammed Atta, trasportava, nascosti in un sottofondo del suo camper alcuni clandestini. Insieme a Ayachi viaggiava anche l’ingegnere elettronico francese Gendrom poi morto in Siria mentre combatteva con l’Isis. Documenti, pen drive e dvd con corsi di addestramento alle armi ed esplosivi, ma soprattutto intercettazioni nelle quali parlavano di compiere un attentato all’aeroporto parigino Charles De Gaulle erano le prove del loro coinvolgimento nella rete del terrore jihadista. Era il 2008 e i due, provenienti dalla Siria erano segnalati dalle polizie internazionali come legati ad Al Qaeda. Le indagini della Digos permisero di scoprire anche i flussi di denaro, diverse chat nelle quali si parlava di jihad. L’Iman Ayachi e Gendrom furono condannati in primo grado ma in Appello e poi in Cassazione assolti. Nel frattempo Gedrom era tornato in Siria dove appunto venne ucciso in combattimento, mentre l’imam tornato in Belgio ha continuato la sua attività di reclutatore e mentore di nuovi terroristi.

Pochi mesi fa alcuni arrestati a Bologna per contatti con l’Isis sono stati rilasciati dal Gip e solo per alcuni è scattata l’espulsione. Clamorosa la decisione sui 17 arrestati in Alto Adige dal Ros dei carabinieri nel mese di novembre dello scorso anno. I militari hanno individuato con la collaborazione di Eurojust una cellula vicina all’Isis collegata al Mullah Krekar, da tempo in carcere in Norvegia, una vecchia conoscenza dell’antiterrorismo legato a Bin Laden e oggi si ritiene vicino al Califfato. Curdi e kosovari residenti in Italia e in altri Paesi europei avevano creato una rete per reclutare nuovi combattenti e pianificare attentati. Sono tornati in libertà perché secondo i magistrati gli”elementi raccolti sono insufficienti”. Così liberi tutti e ora si rischia di ritrovarli protagonisti di qualche strage.

Tutto ciò dimostra la necessità di un maggiore coordinamento e soprattutto di una visione della minaccia e del reato connesso che abbia maggiore considerazione su indizi e sospetti. Così come avvenne per debellare il terrorismo Brigatista e nero. Inneggiare alla jihad non è più l’espressione di libertà di opinione ma il prodromo di un’azione terroristica. Negli anni del terrorismo rosso e nero i fianchegiatori subivano la stessa sorte dei militanti operativi, oggi si deve applicare lo stesso principio ai simpatizzanti dell’isis e del jihadismo.

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