PURIFICARSI PER RINASCERE

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“Lavare i piedi ai detenuti in modo che possano tornare a camminare”. E’ questo il senso della missione che Giorgio Pieri svolge all’interno del progetto “Servizio carcere” dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. “Servire questi fratelli significa presentargli Gesù, portarli davanti a colui che ci guarisce dai nostri peccati”. E come Cristo, che durante l’Ultima Cena lava i piedi ai discepoli spiegando di non essere venuto “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”, i volontari dell’associazione fondata da don Oreste Benzi, mettono la loro vita a servizio degli ultimi.

Storie di abbandono, ambiti familiari degradati, la mancanza di un’opportunità di formazione e di crescita culturale, ma molto spesso anche la povertà e la mancanza di un lavoro, sono alcune caratteristiche che accomunano chi ha scelto la via della delinquenza. Persone ferite una volta che si ritrovano da soli si perdono. “La strada raccoglie la loro rabbia – spiega Giorgio ad Interris – e così si ritrovano catapultati in un mondo fato solo di violenza, illegalità e crimini”.

Chi sbaglia deve pagare. E va in carcere. “Gli istituti penitenziari sono un ambiente violento – ha aggiunto ancora Giorgio -, il 70% dei detenuti fa uso di psicofarmaci e al loro interno si verifica almeno un suicidio a settimana”. Inoltre, secondo una media nazionale, una volta scontata la loro pena, circa il 70-75% dei detenuti torna a delinquere.
Fuori non sanno dove andare. Nella maggior parte dei casi, la loro casa è stata sequestrata, gli amici li hanno dimenticati e i loro familiari li hanno abbandonati. Una volta che il portone del carcere si chiude alle loro spalle, e di fronte a loro hanno il mondo intero, si ritrovano con in mano solo un sacco nero con dentro i loro effetti personali. Inoltre, sempre verranno identificati con il reato che hanno commesso.

“Ciò accade perché viviamo in una società assente”. Per Giorgio, e gli altri volontari dell’Associazione, è infatti di vitale importanza non solo preoccuparsi del fatto che chi ha commesso un reato sconti una pena, ma anche adoperarsi perché venga svolto un percorso rieducativo, per rimettere nel giusto ordine quelli che sono i valori veri.

Proprio per rispondere a questa necessità è nato il progetto “Oltre le sbarre”, che in accordo con le istituzioni, prevede da un lato il contatto in carcere, con colloqui e attività di animazione di vario genere; dall’altro lo sviluppo e la sperimentazione di nuove modalità di esecuzione della pena, finalizzate alla reale riabilitazione dell’individuo.

Anche per questo nel 2004 è nata la casa “Madre del perdono”, una struttura che offre ai detenuti un percorso educativo in una dimensione di casa e di famiglia. “Il perdono è fondamentale – spiega Giorgio -, perdonare serve a curare le ferite”. La struttura è inquadrata nel progetto Cec – Comunità educante con i carcerati – e qui viene offerta una formazione umana e una valoriale-religiosa.

“Stando con i detenuti i rendi conto che sono fragili. Alcuni di loro in passato sono stati dei carnefici – ha concluso Giorgio -, ma prima sono stati delle vittime all’interno della società”. Uno schiaffo a quanti li considerano uno scarto della società.

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