FOSSE ARDEATINE, UNA FERITA APERTA

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Fosse ardeatine

Sono passati 72 anni da quella terribile mattina del 24 marzo 1944, quando 335 persone, tra civili e militari italiani, furono massacrati dalle truppe di occupazione tedesche in risposta all’attentato partigiano compiuto da membri dei Gruppi di Azione Patriottica romani contro truppe germaniche in transito in via Rasella.

La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, il colonnello Kappler, propose che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto tedesco ucciso, suggerendo inoltre che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti.

Il 24 marzo i militari della Polizia di Sicurezza radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime. Priebke  aveva ricevuto l’ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri che erano già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 necessari alla rappresaglia. Per questa ragione, furono selezionati altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici. I Tedeschi aggiunsero al gruppo già selezionato per il massacro anche 57 prigionieri ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, essi rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma, tra i quali un ragazzo di soli 15 anni e un anziano di 70.

I prigionieri  furono condotti all’interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Priebke decise di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione, ma ordinò agli agenti di occuparsi di una vittima alla volta e di sparare da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. I prigionieri furono obbligati a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi e furono uccisi uno a uno con un colpo alla nuca. Terminato il massacro, le entrate alle fosse furono distrutte con l’esplosivo, impedendo in questo modo a chiunque fosse sopravvissuto di poter uscire e salvarsi.

Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell’ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l’aiuto della moglie riuscì ad evadere dall’ospedale militare del Celio, il 15 agosto 1977, e a rifugiarsi in Germania, ove morì pochi mesi dopo, il 9 febbraio 1978.

Il principale collaboratore di Kappler, l’ex-capitano delle Ss Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, nel 1995 venne arrestato ed estradato e processato in Italia, dove venne condannato all’ergastolo per la strage.

 

 

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