COLPO AL CUORE DELL’EUROPA

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Uno schiaffo violento scaturito dall’odio che il Daesh nutre verso la società dei diritti e della libertà. Attacchi multipli che hanno provocato decine di vittime e numerosi feriti a Bruxelles capitale del Belgio e sede delle istituzioni dell’Unione europea. Una città simbolo divenuta un obiettivo dopo essere stata per anni rifugio sicuro per generazioni di terroristi di ispirazione jihadista. Qui, nel quartiere di Molenbeek vivevano i due attentatori che uccisero il comandante Massud in Afghanistan due giorni prima dell’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Qui la vedova di uno di loro ha continuato a tessere la rete di reclutamento di Al Qaeda prima e del Califfato poi.

Un colpo alla sicurezza. Il Belgio si è mostrato imbelle contro il terrorismo. E’ un fatto incontrovertibile. Salah Abdsalam, il terrorista delle stragi di Parigi del 13 novembre scorso ha tranquillamente vissuto a Bruxelles per tutto questo tempo godendo di una rete di protezione e riuscendo a pianificare quella serie di attacchi che ieri hanno insanguinato la città e diffuso paure in Belgio e nell’Europa intera. I servizi segreti belgi non sono riusciti a scovarlo, a conoscere le sue mosse, praticamente hanno ignorato i segnali e i report degli 007 italiani e francesi fossero inequivocabili. Antiterrorismo pasticcione che dapprima si è fatto sfuggire il super ricercato e poi, dopo il suo arresto, non ha chiuso il cerchio sui complici che così sono riusciti a portare a compimento il loro piano di morte. Attacchi multipli divenuti un marchio di fabbrica del Daesh dove l’utilizzo dei kamikaze è determinante per la riuscita dell’operazione. Una tecnica che consente ai capi dell’Isis di avere il controllo sui suoi uomini e rafforzare la leadership all’interno del gruppo oltre ad aver un effetto militare devastante. L’attentatore suicida è difficile da contrastare, individuarlo non è semplice e comporta rischi molto alti.

Una lezione a quell’Europa che da Bruxelles bacchetta i Paesi che non rispettano le regole economiche, ma non fa abbastanza per la sicurezza e la protezione dei cittadini. Sanzioni per difendere la finanza ma nulla per quegli Stati che alzano muri e offendono i principi di solidarietà e libertà dei quali l’UE si erge a paladina. Europa che tentenna nella lotta al terrorismo: molte informazioni non vengono condivise e a volte ignorate. La politica internazionale non è incisiva contro le centrali del terrore e del Califfato. In questo scenario di timore diffuso e di fragilità l’Italia gioca un ruolo importante perché grazie a una storia tragica può contare su specialisti dell’antiterrorismo di alto livello con servizi di Intelligence di primo ordine. Il nostro Paese ha fatto tesoro, negli anni passati, degli attentati di matrice palestinese e del terrorismo interno. Dopo l’attacco all’aeroporto di Fiumicino nel dicembre 1988 le misure di sicurezza vennero riorganizzate e strutturate su livelli di massima attenzione, tanto che i servizi di sicurezza di Israele, a cinque anni da quell’attacco che vide vittime alcuni cittadini dello Stato ebraico, promossero lo scalo romano.

Oggi nessuno può sentirsi al sicuro, perché le nuove minacce sono portate da terroristi che hanno come obiettivo quello di seminare paura e morte, compresa la loro. Il fine ultimo non è la conquista di un territorio, bensì la distruzione del modello di vita che promuove libertà e diritti condivisi. Non è questione religiosa, come da qualche parte si tenta di sostenere: siamo di fronte a un’ideologia nichilista che sfrutta la fede per dare valore alle sue barbare azioni condannate da quello stesso credo. Le forze di sicurezza possono riuscire ad arginare e minimizzare questo tipo di minaccia con un’attività di prevenzione e di controllo del territorio, fattori che in Belgio sono mancati, con le conseguenze che abbiamo visto.

Un monito a tutti gli xenofobi promotori di muri, i quali non vedono che i terroristi sono nati e cresciuti nelle nostre città. Una lezione agli oracoli che strumentalizzano le stragi per seminare odio. La nostra sicurezza nasce dalla vigilanza fatta da una società che condivide e non individualista ed egoista che si lamenta, punta il dito contro l’altro e il diverso e allo stesso tempo contribuisce con il suo menefreghismo allo svilupparsi di Paesi dove il terrore si alimenta e cresce. In un mondo globalizzato non si può ignorare quanto avviene oltre confine e oltremare. Tutto è connesso, tutto diventa propaganda: contro o a favore.

Vogliamo sicurezza, ma non siamo disposti a rinunciare a nulla. Contro questi i terroristi dell’Isis non dobbiamo rinunciare alle nostre abitudini, ma questo non vuol dire non rinunciare a pezzetti di libertà e di privacy. Qualche controllo in più, qualche accortezza in più, meno superficialità, aiuta quella sicurezza condivisa, che è alla base della polizia di prossimità per garantire più efficacia nella prevenzione.

Il Daesh colpisce le persone non più obiettivi simbolo. Vuole disarticolare il nostro modo di vivere costruito su diritti, libertà, e anche eccessi, ma che garantisce a tutti, razza, religione o censo, eguali opportunità. Almeno questo si propone la Carta dei Diritti dell’Uomo, fondamento delle nostre nazioni.

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1 COMMENT

  1. Il fatto che i terroristi siano nati e cresciuti nelle nostre città non fa di loro degli europei automaticamente.
    Essere nati e cresciuti a Molenbeek è la stessa cosa che essere nati e cresciuti a Rabat.
    C’è la moschea, c’è la macelleria halal, c’è il kebab, le donne velate. Non manca nulla.
    Sono cittadini europei solo geograficamente, non culturalmente.
    Belgio e Francia sono in prima linea solo perchè, per ragioni storiche e soprattutto linguistiche, da loro ci sono più enclave che da noi.
    Ma questa è la situazione alla quale arriveremo anche noi, se continuiamo con il nostro buonismo.
    La qual cosa mi preoccupa, perchè io penso, non solo a me, ma anche ai miei nipoti. In altre parole sono anch’io un buonista, ma un “buonista del futuro”.

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