IL BUCO NERO DEGLI UFFICI PUBBLICI

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tre scimmiette

Ci sono cose che rovinano le casse pubbliche più dello stesso malaffare: indifferenza, approssimazione, sciatteria, omertà. Spesso viaggiano incastrate l’un l’altra, provocando effetti devastanti per il sistema Italia. Una delle ultime condanne in ordine di tempo, che scoperchia questo pentolone dove all’interno si mesta nel torbido, l’ha comminata la sezione piemontese della Corte dei Conti (sentenza n.25/2016) intimando al Direttore generale dell’Agenzia territoriale per la Casa di Asti (periodo gennaio 2004 – febbraio 2014) di rimborsare 500 mila euro e altri 100 mila li ha chiesti al Capo ufficio Ragioneria per non aver controllato e denunciato quanto stava accadendo.

E ciò che si stava verificando – reiterato per ben due lustri – non era cosa di poco conto: prelevamenti di 4.443.681 euro presso la Tesoreria dell’Atc mediante l’uso di mandati irregolari, prelievi di denaro contante dalla Cassa Urp per oltre 2 milioni di euro, nonché dalla Cassa contanti Atc da 159.806 euro, ritiri da conto corrente postale per altri 1.756mila euro. Il tutto per un totale di 8 milioni 426mila euro e spicci spariti dalle casse pubbliche. Tutte operazioni fatte dal Direttore amministrativo con l’avallo del suo superiore e la “compiacenza” del sottoposto.

Tra le cose più assurde accadute c’è l’apertura del conto corrente postale “personale” dove finivano alcuni degli affitti degli assegnatari degli alloggi, le spese di acqua, luce e componente energetica nonché quelle condominiali. Un conto corrente aperto dal Direttore amministrativo a totale insaputa del Cda, allegando una delibera falsificata ai fini di ingannare l’ufficio delle Poste preposto a ricevere la richiesta. E anche l’esistenza di carte di credito segretamente attivate e utilizzate sempre dallo stesso “genio” della truffa. Tutti soldi pubblici, denari della gente comune: uno schiaffo a chi fa i salti mortali per pagare una pigione.

Il protagonista di questa storia era un delinquente, dunque, che infatti si è beccato una condanna a 4 anni di carcere. Ma com’è stato possibile che gli sia stato permesso tutto questo? La risposta, incredibile ma vera, è scritta nella stessa sentenza: “… avendo piena fiducia nel Direttore amministrativo, non si preoccupava (il Direttore generale, ndr) neppure di apporre la firma di controllo sui mandati di pagamento, ancorché ciò fosse prescritto dalle norme interne dell’Ente”, figuriamoci controllare i contenuti di quei mandati. I giudici contabili lo dicono bene: è mancato lo “standard minimo di diligenza richiesto a chi è incaricato di dirigere un ente pubblico e di gestire denaro pubblico”.

D’altronde – si pensava – c’era l’Ufficio Ragioneria a controllare il dettaglio dei movimenti di denaro. E infatti al capo ufficio qualcosa – e forse più di qualcosa – non quadrava affatto. Peccato però che non lo abbia detto a nessuno. Anzi, in realtà lo ha segnalato allo stesso truffatore che per tutta risposta gli ha intimato di limitarsi ad eseguire le disposizioni “perché era lui il responsabile e io non dovevo preoccuparmi”. La responsabile della Ragioneria avrebbe dovuto invece rappresentare la situazione ai vertici dell’Ente o al collegio sindacale, così da metterli in condizione di intervenire.

A parziale scusante c’è che in quest’Italia dei furbetti non sai mai se una denuncia vada a buon fine o se rappresenti invece il modo più rapido per perdere il posto di lavoro. E’ così che funziona (male) in gran parte della pubblica amministrazione italiana: ci sono i furbetti che vogliono lucrare sui soldi pubblici, ci sono i distratti che non fanno il proprio mestiere di controllare, e ci sono gli ignavi che pur sapendo preferiscono farsi gli affari propri. Peccato, perché con un controllo un minimo più attento si sarebbe potuta evitare questa emorragia di soldi che – condanna o no – non rientreranno mai più nelle casse pubbliche. E si sarebbe evitato di far fare una brutta figura a un’intera categoria di lavoratori, dentro la quale c’è tanta gente onesta e laboriosa.

Ma, viste le continue “notizie criminis”, c’è da credere che Dante oggi avrebbe faticato a distribuire posti tra i dannati della V Bolgia dell’VIII Cerchio, colpevoli di aver usato delle loro cariche pubbliche per arricchirsi attraverso la compravendita di provvedimenti, permessi, privilegi (l’odierno reato di «concussione»). E intanto l’Italia scende all’Inferno.

 

 

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5 COMMENTS

  1. Ecco un estratto dal mio ultimo saggio “Non è di mia competenza”:

    “Il mancato background industriale dei funzionari che dovrebbero organizzare gli uffici pubblici e, conseguen-temente, la loro indifferenza rispetto al requisito dell’efficienza operativa, fa sì che i loro uffici siano ingolfati di personale.
    In ciò aiutati dal fatto che, in periodi di vacche magre (cioè di fabbriche che non assumono o addirittura chiudono o delocalizzano), l’impiego pubblico rimane l’unica opportunità di reddito per i giovani.
    Per una ragione o per l’altra, o per la somma delle due, assistiamo al paradosso che, mentre nel settore privato ci sono sempre meno occupati, in quello pubblico c’è una tale abbondanza di personale che alcuni impiegati si permettono il lusso di timbrare il cartellino e poi andare a fare la spesa. Oppure di darsi malato.
    Il colmo è stato toccato il 1° gennaio del 2014, quando l’85% dei vigili urbani di Roma non si è presentato al lavoro. Senza peraltro che nessun romano ne abbia avvertito l’assenza. Il che la dice lunga sulla utilità della loro presenza.
    Ebbene, ad un anno di distanza, nessuno di loro è stato punito.
    Ed ecco la seconda piaga: l’impunità.
    Un fenomeno che affonda le sue radici, non solo nell’italico buonismo, ma anche nel gigantismo delle strutture pubbliche.
    Infatti l’abbondanza di personale genera la parcellizzazione delle competenze, per cui, anche volendolo, diventa difficile, se non impossibile, individuare le responsabilità personali.
    L’inadempienza è sempre colpa di qualcun altro.
    Non a caso, la scusa maggiormente usata dagli impiegati statali per rifiutare un servizio è: “ Ciò che Lei chiede non è di mia competenza”.

  2. In effetti, come ben detto nel commento del Signor G. Reduzzi, uno dei peggiori mali che affligge la pubblica amministrazione é l’imperante impunità. In caso di comprovata malversazione, è inutile aspettare l’esagerata lentezza della magistratura. Accertata, in sede amministrativa, l’infedeltà del dipendente, questi va immediatamente licenziato, altro che sospensione in attesa di giudizio! Chi ruba ai cittadini-contribuenti onesti deve pagare subito, senza sconti o buonismi di sorta. Le leggi e i regolamenti per interventi immediati in queste situazioni esistono e come. Purtroppop, manca il coraggio e la determinazione di chi, a capo dell’Istituzione danneggiata e vilipesa, dovrebbe fare giustizia anzichè temere per impossibili ritorsioni o danni alla propria carriera.

  3. Il problema è che il pesce puzza dalla testa…
    della politica come della magistratura…
    ma cosa ci possiamo aspettare?.
    i primi costruiscono marchingegni di legge per autoperpetuarsi
    i secondi interpretano quelle leggi ad uso e consumo delle proprie ideologie
    “servire” lo stato (cioè i cittadini) ? ma non vorrete mica scherzare?

  4. 1° Tutto vero. C’è da tenere conto anche del grande bacino elettorale che fornisce la P.A.: quattro milioni di elettori diretti oltre ai parenti. Non male. Mi piacerebbe vedere un partito, un capoccia di una regione, un parlamentare che va a dare addosso ad un suo elettore. Ma va là.

    2° Per far funzionare la macchina amministrativa basta avere la certezza della legge: eliminati i nove decimi della produzione normativa italica composta di cavilli, sottocavilli, interpretazioni normative, etc… etc… il grattacarte di turno non ha esitazioni. Parola di funzionario pubblico.

  5. Come è che ciò che andavo dicendo da decenni ai miei interlocutori, ora è un’opinione non più del grillo parlante, ma quasi totale?!ah si, ora ne stiamo pagando tutti le conseguenze, finalmente il padulo è arrivato, buondì!

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