LA FIGLIA MARIA FIDA: “ECCO LA VERITÀ SU ALDO MORO” Intervista alla primogenita dello statista, martire della democrazia e servo di Dio, ucciso dalle Brigate Rosse

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Mancavano pochi giorni a primavera, quel 16 marzo 1978, quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta trucidata, ma iniziò così l’inverno della Repubblica, la lunga notte. Ancora oggi, la ferita morale e civile del suo assassinio non è rimarginata, anzi, ha generato altri mali nella politica, mentre resta un mistero, un caso irrisolto, dopo quasi quarant’anni. In Terris ne ha parlato con Maria Fida Moro, la figlia primogenita del presidente e cinque volte segretario della Democrazia Cristiana, raffinato giurista, cattedratico a soli 24 anni, sapiente stratega, preparatore e anticipatore di “svolte” storiche e politiche e, soprattutto, “uomo buono e giusto”, come lo definì Paolo VI. Quest’anno si celebra il Centenario della nascita. Fu ucciso dalle Brigate rosse il 9 maggio 1978, dopo interminabili 55 giorni di sequestro. Martire della democrazia, nel 2012 è stato dichiarato Servo di Dio, il primo passo nel processo di canonizzazione. Maria Fida è nata durante i lavori dell’Assemblea Costituente. Nilde Iotti le raccontò che festeggiarono tutti insieme con un cappuccino. Ironicamente, la prima dei quattro figli di Moro commenta così le recenti “riforme” del Senato e della legge elettorale: “Sarebbe meglio che si tornasse al caffelatte”. Evidentemente intendendo che bisognerebbe tornare al tempo e allo spirito in cui i Padri della Costituzione erano veri patrioti, quale fu Aldo Moro.

Maria Fida, l’assassinio di suo padre fu “un colpo di Stato”, riuscito, lei lo ha detto più volte. Voluto da chi, a vantaggio di chi?
“Voluto da chi non desiderava assolutamente un’Europa autonoma e autorevole, efficiente, tra i due blocchi di potere internazionale di allora. Dalla sua morte ha tratto vantaggio chi ha portato il nulla al potere”.

La morte di Aldo Moro è stata ordita e ordinata, ha detto, “per arrivare dove siamo arrivati adesso: a una non-politica, un mondo di soli affari”. I suoi assassini hanno vinto, dunque? E come sarebbe l’Italia se Moro fosse stato salvato?
“I suoi assassini hanno forse vinto a livello terreno, terrestre, ma non in eterno. Nella visione escatologica, vince la verità, non politica o giudiziaria, ma della persona umana e dell’amore che tutto sostiene. La luce vincerà la battaglia finale, mio padre ne era convinto, come me. Se Moro fosse stato vivo, l’Italia e l’Europa sarebbero state migliori, più umane, più giuste, più libere”.

“Mi auguro che l’ennesima Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro non serva a sollevare la polvere da lasciare poi ricadere sullo status quo”, ha dichiarato. Qual è il suo giudizio sul lavoro finora della Commissione bicamerale guidata da Fioroni?
“All’inizio, il mio giudizio positivo era di attesa e di speranza. Ho chiesto e ottenuto di essere ascoltata, secretando i tre quarti della mia audizione, il quarto restante è stato reso pubblico attraverso il resoconto stenografico. Qua e là sono uscite anche briciole che non sono farina del mio sacco. Adesso il mio apprezzamento è concreto, è diventato una certezza. La relazione di metà percorso di lavoro della Commissione è stata approvata all’unanimità dai componenti e questa mi sembra un’ottima cosa. Ha fatto luce su molti fatti che sarebbero rimasti altrimenti sconosciuti. L’onorevole Gero Grassi, che ha voluto fortemente questa Commissione e che ha conosciuto mio padre, da piccolo, ha cura di pubblicare sul suo sito web tutte le informazioni che possono essere rese pubbliche sul Caso Moro. Con uno scenario che neppure la più fervida fantasia saprebbe generare”.

Lei ha creato un sito web “morovivonellaverita.it”. C’è una citazione del grande statista, martire della democrazia: “Risolveremo il problema del nostro tempo tenendo fede alla verità e avendo insieme pazienza, umiltà, lungimiranza, larga visione delle cose…”. Questa è politica, etica, fede. La missione della verità. Cosa vuol dire oggi? E qual è il rapporto con la verità dei nostri politici?
“Ho dovuto chiudere il sito, perché la nostra vita è già troppo difficile per potercene occupare con i tempi stretti che richiede la rete. A breve, però, diffonderemo il dvd prodotto insieme a mio figlio Luca. Si intitola ‘L’eterna verità’, ed è dedicato alla persona straordinaria che era mio padre, come vorremmo che fosse ricordato. Aldo Moro era un uomo buono e giusto, come disse Paolo VI, alla luce della verità dell’amore dalla quale proveniamo e alla quale tutti torneremo. Fede nella verità, pazienza, umiltà, lungimiranza, erano tutte sue qualità. Oggi, non ci sono. Non c’è più la fede, né per Dio né per l’uomo, non c’è il coraggio e neppure l’amore per la verità, non ci sono tutti quei valori che dovrebbero essere imprescindibili per la politica. Il futuro è affidato ai giovani. I ragazzi hanno bisogno della luce della verità. Quando mio figlio compì la maggiore età, gli regalai una medaglietta con inciso un detto dei pellerossa americani: ‘Ricordati di camminare nella bellezza’. Ecco, il futuro chiede di camminare nella bellezza, e la bellezza è nella verità”.

Se suo padre fosse vivo, l’Italia sarebbe migliore. Cos’è che manca di lui, del suo stile, del suo insegnamento, del suo servizio, della sua profezia?
“Tutte queste cose, che si riuniscono in una sola: la bontà. Era un uomo buono. Al suo cospetto ti sentivi migliore. Una virtù che hanno i santi”.

Il cosiddetto “Caso Moro” è come una scatola cinese…se ne scoperchia una, se ne trovano tante altre e sembrano non finire mai. Quanto tempo ci vorrà ancora per arrivare alla verità? E cosa può fare lei, la sua famiglia, per aiutare la ricerca?
“La mia famiglia, purtroppo, non c’è più, è esistita finché era vivo mio padre. Siamo profughi. Mio figlio ed io ci siamo dedicati alla verità spirituale di Aldo Moro, che non è nato il 16 marzo 1978 e morto il 9 maggio. Noi possiamo testimoniare la sua straordinaria qualità umana, di persona buona, gentile e onesta, genitore e marito affettuoso, giurista raffinato, educatore eccezionale, con un profondo senso dello Stato a servizio dei cittadini. Per questo, per affermare questa verità, c’è l’eternità. ‘C’è più tempo che vita’, dice un proverbio russo. Ed è così, per chi crede”.

Qual è l’eredità più importante di Aldo Moro, per lei, la figlia maggiore, per le nuove generazioni, per una visione e per l’impegno in politica?
“Se non ci fosse mio figlio Luca, direi che non è rimasta un’eredità morale, in noi figli. L’affabilità dell’anima di mio padre, che era molto di più e di diverso dalla sua pur grande gentilezza ed educazione, del profondo rispetto per le persone, non si trova in nessuno di noi, ad eccezione di Luca. L’eredità spirituale e civile di Aldo Moro da affidare ai giovani dovrebbe essere proprio il suo modo di camminare nella bellezza e nella verità”.

Papa Francesco ha indetto l’Anno straordinario della Misericordia. Cosa vuol dire, per lei, perdonare?
“La misericordia significa l’amore e il perdono per chi non lo merita, nel segreto del cuore, fuori dalle luci della ribalta. Questo è il perdono che ho dato agli assassini di mio padre oltre trent’anni fa, lontano dalle luminarie televisive. Mi ha procurato bauli di minacce di morte allora. Ma questo è per me il perdono autentico, non quello che serve a farsi pubblicità, anche se in buona fede”.

Il 23 settembre di quest’anno ricorre il Centenario della nascita di Aldo Moro. Come si festeggia? E quale messaggio personale vuole dare?
“Lo Stato ha stanziato una certa somma, credo più di 250mila euro per i festeggiamenti, che cadranno, alcuni, nel mese di maggio, e quindi, nell’anniversario della sua uccisione invece che della sua nascita. È una elemosina alla memoria, di cui approfitteranno anche molti che non furono certo amici di mio padre. Si sarebbero potuti spendere in modo utile, questi soldi, per aiutare le persone in difficoltà, disoccupati, esodati, profughi, chi si trova in una condizione di vita più disagiata della nostra, non per colpa loro né per merito nostro. Sarebbe un bel modo di ricordare mio padre fare ciò che lui avrebbe fatto se fosse stato vivo. E sarebbe un riconoscimento più sincero se venissero applicate le leggi dello Stato in favore delle vittime del terrorismo. Ribadisco un annuncio che ho fatto altre volte. Se dovessi morire in un presunto incidente o in un apparente suicidio, io o qualcuno della mia famiglia, sappiate che si tratterebbe non di un caso ma di un delitto. Ma il mio è un messaggio di speranza: voglio camminare nella bellezza come ha fatto papà”.

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