“SENZA LAVORO, SONO UN CONDANNATO A MORTE”

5912
  • English
senza lavoro

“Caro Presidente, ci sono cose che nessuno è in grado di sopportare…”. Inizia così la lettera al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, di Augusto Orlando, 60 anni, “cittadino italiano, orgoglioso di esserlo”, che da sette anni “vive e sopravvive grazie alla fede in Dio”: “sette anni di disoccupazione, di privazioni di ogni genere”. Sette anni – scrive in un esposto alla Procura della Repubblica – in cui gli viene “negato ogni diritto costituzionale da ogni comparto istituzionale competente”.

La sua storia assomiglia, purtroppo, a quella di tanti, e sempre più numerosi, cittadini che hanno perso il lavoro e, a causa della Legge Fornero, non hanno diritto alla pensione. Molti, troppi, non sono stati in grado di sopportarlo, di sopravvivere, e si sono uccisi. Sono oltre 4mila, ormai, i suicidi, dall’inizio della crisi. Uno su due, per ragioni economiche.

Da quasi un anno, da maggio 2015, la piazza di Montecitorio è diventata il domicilio di Augusto. Sta lì, sopravvivendo di quello che i passanti gli offrono, dopo avere letto il cartello in cui è raccontata in breve la sua condizione, senza pietismi, senza lamentele, ma anche senza rassegnazione, con dignità. Nell’indifferenza generale dei parlamentari, che, a spese nostre, usufruiscono di buoni pasti quotidiani dell’importo di oltre 21 euro. Augusto, lì fuori, accetta, quando c’è, un panino o qualcosa di caldo che un passante generoso gli dona.“Vivo del poco che mi danno”, racconta a In Terris. “Per la Legge Fornero, non ho diritto alla disoccupazione e dovrei aspettare di avere 67 anni, sei mesi e un giorno per la pensione di anzianità”. Dopo 26 anni di contributi versati, dovrebbe sopravvivere altri otto anni di elemosina, senza reddito, senza alcuna indennità dallo Stato e senza speranza di rientrare nel mondo del lavoro, ad un’età nella quale bisognerebbe uscirne con decoro.

“È una condanna a morte”, dichiara. Ha perso il lavoro, la pensione, la casa. Il Comune di Montorio, dov’era residente, gli ha risposto di “non avere disponibilità, sia di fondi per il sostegno economico sia lavorativo”, invitandolo a “cercare all’estero un’occupazione”.

La Presidenza della Repubblica lo ha “rassicurato” riguardo all’“attenzione” che riserva al suo caso, “in merito al quale non si è mancato di investire la Prefettura di Roma”, e “nell’auspicio che le sue problematiche possano trovare positiva soluzione”, lo “esorta” a “non scoraggiarsi”. È già tanto, quest’attenzione. Centinaia di migliaia sono ormai nelle stessa situazione. Tanto che, anche i dirigenti più sensibili delle amministrazioni preposte ad affrontare i suoi problemi, rispondono al massimo con partecipazione umana, con un sentimento di solidarietà, ma un diniego assoluto per quanto riguarda ogni possibilità di aiuto concreto. E sempre con la stessa motivazione: la crisi colpisce tutti e non risparmia nessuno. È come una roulette russa, nella quale, chi è risparmiato, ringrazia il Cielo e compatisce chi è stato meno fortunato.

Non amo promettere, quello che posso fare è ascoltare e capire quello che si può fare. Siamo in un momento di grande transizione, di crisi economica e politica fortissime, tutti siamo più o meno esposti alla perdita del lavoro, dell’identità, del riconoscimento sociale, della stima degli altri”, gli risponde una dirigente della Provincia di Roma. La quale continua l’analisi socio-economica dell’Italia di oggi “nel ciclone della transizione: over 50enni, anche con ottime professioni, che perdono tutto, nel giro di un anno, sei mesi, dopodiché hanno intorno a loro solo deserto e desolazione”. Quindi, la responsabile del Centro per l’impiego invita Augusto a rivolgersi in parrocchia, per chiedere un aiuto. Come nel Medioevo, anche nel terzo Millennio, la Chiesa deve supplire alle incapacità delle Istituzioni pubbliche. È uno schiaffo alle pretese di laicità in nome della civiltà troppe volte invocate da facili anticlericali, che non riconoscono l’insostituibile funzione sociale della Chiesa nell’affrontare e risolvere le emergenze, in una delega spesso assoluta da parte degli organismi dello Stato.

In Italia, manca un assegno di disoccupazione superiore ai due anni e non c’è ancora un reddito minimo garantito, riconosciuto in quasi tutti gli altri Paesi europei, per chi abbia perso il lavoro o non riesca a trovarlo. Siamo i soli ad essere così indietro di civiltà, insieme alla Grecia. Disoccupazione, nel nostro Paese, significa povertà e disperazione, per qualcuno perfino la morte, e non soltanto spirituale e sociale. Secondo i dati dell’Osservatorio dei suicidi dell’Università Link Campus di Roma, diretto dal sociologo Nicola Ferrigni, il numero di chi si è tolto la vita per motivi economici o ha tentato di farlo è raddoppiato nel 2015 rispetto all’anno precedente. Nel mese di maggio 2012, le vedove di 70 imprenditori che si erano suicidati nei primi quattro mesi dell’anno hanno sfilato per le vie di Bologna, ottenendo qualche pagina di giornale o servizio televisivo. Ma i media sono perlopiù silenziosi su questi drammi quotidiani che sono assassini di Stato, di uno Stato incapace di assolvere alla funzione stessa per cui esiste: garantire e favorire il benessere dei cittadini e della comunità. Questo Stato dichiara il suo fallimento e rimanda alla carità.

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.