LA DONNA COME BERSAGLIO

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Laura, Marinella e Carla. Tre nomi diversi, accomunati dalla loro storia, fatta di botte, abusi, violenze che sono sfociate in crimini efferati. Sono entrate così nelle nostre case attraverso le immagini dei telegiornali che ci hanno forzato a riflettere su un tema che torna alla ribalta solo nel momento in cui un nuovo crimine viene commesso: il femminicidio. Un argomento che non ha molta presa nell’opinione pubblica in quanto non viene identificato con nessun colore, non ha una bandiera a strisce arcobaleno che viene portata in tutte le piazze italiane con questo o quel politico che prende una posizione.

Laura Finocchiaro è stata strangolata la notte tra il 30 gennaio e il 1 febbraio nella sua casa nel catanese. Per gli inquirenti il responsabile è il suo ex compagno Vincenzo Di Mauro. Lei lo aveva già denunciato per minacce e lesioni al termine della loro burrascosa e violenta convivenza. Marinella Pellegrini è stata ammazzata dal marito Paolo Piraccini al termine di una violenta lite lo scorso 1 febbraio a Brescia. Dopo il brutale omicidio l’uomo ha chiamato il cognato: “Ho ucciso Marinella e adesso vado ad ammazzarmi”. Ha preso la sua auto e ha imboccato contromano il casello autostradale per Venezia per poi schiantarsi contro un tir. Carla Ilenia Caiazzo, estetista di Pozzuoli, è stata cosparsa di alcol e bruciata dal fidanzato Paolo Pietropaolo al culmine di una lite. Lei ora lotta tra la vita e la morte all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli con il 45% del corpo ustionato, dove i medici sono riusciti a far nascere la piccola Giulia Pia. Al momento dell’aggressione Carla era all’ottavo mese di gravidanza.

Tre storie orribili, tutte con lo stesso drammatico esito. Eppure non sono le prime notizie dell’anno sulla violenza alle donne. Infatti il 2 gennaio i carabinieri hanno scoperto a Ragusa una donna segregata in casa dal suo compagno che riempiendola di botte non la lasciava andarsene via; il 3 gennaio una donna di Città di Castello è stata uccisa dal figlio con dieci coltellate, mentre a Torino il 5 dello stesso mese una donna è quasi morta a causa delle violenze che il marito le ha procurato. Il 9 gennaio una donna è morta a Firenze, strangolata da un uomo con cui aveva avuto un rapporto sessuale e che poi l’ha uccisa per derubarla; Il 15 e il 16 gennaio due nonne sono state uccise a Mestre e Sassari dai loro nipoti. A Cetraro il 27 gennaio una donna è stata uccisa in strada dal suo ex cognato e il 30 gennaio una donna è stata gravemente ferita dal marito che prima di aggredire lei aveva ucciso i figli di 8 e 13 anni. In quest’elenco non ci sono le decine di violenze, maltrattamenti, riduzione in schiavitù e tentativi di omicidio in ambito domestico di cui molto spesso non abbiamo neanche notizia.

I dati diffusi dal Viminale sono allarmanti. Nel 2015 in Italia ci sono stati 411 omicidi e nel 31,3% dei casi le vittime erano donne. I numeri relativi alla violenza fisica e sessuale non sono però da meno: le vittime molto spesso muoiono nel silenzio, dopo anni di abusi e maltrattamenti. Al numero dei decessi, infatti, vanno aggiunti i 6.945 atti persecutori, i 3.086 stupri e i 6.154 casi di percosse. Inoltre, secondo quando riportato dall’Istat almeno 6 milioni e 788 mila donne nel corso della vita hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale; in più della metà dei casi, gli stupri sono stati commessi dal compagno o dall’ex.

Uscire con le amiche, camminare per strada, un vestito più carino, parlare con i vicini, salutare un amico. Azioni più che banali, che fanno parte della vita quotidiana, che però l’aggressore considera delle vere e proprie sfide al suo ego, alla sua presunta mascolinità. Ma vivere la propria vita, credere in un futuro migliore dove non ci sia un marito o un fidanzato che ti riempie di botte ogni giorno, sperare di svegliarsi ancora vive e senza lividi che segnano il corpo non può essere considerato un affronto, un colpo all’orgoglio; uno schiaffo a chi per sentirsi uomo ha bisogno di picchiare una donna. Femminicidio è solo una parola, ma l’arroganza con cui ancora in troppi si relazionano con una donna è “cultura”, anzi sottocultura. Che bisogna continuare a denunciare con forza.

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