LA CINA MINACCIATA DAL CARBONE

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In Cina ce la mettono tutta per resistere all’inquinamento, un problema che è diventato una vera e propria emergenza dopo che ben 300 città della Repubblica Democratica hanno registrato valori altissimi di PM 2.5, il cosiddetto particolato, una sostanza inquinante sospesa nell’aria che finisce direttamente nei nostri polmoni. I cittadini, quindi, hanno trovato varie soluzioni, alcune decisamente ingegnose: comprano costosissimi barattoli di “aria pura canadese”, imbottigliata sulle cime delle montagne e spedita in tutto il mondo, spendono patrimoni in purificatori ambientali, indossano mascherine per proteggere le vie respiratorie, scaricano app che indicano i livelli giornalieri di emissioni, cercano in tutti i modi di evitare di respirare aria tossica, arrivando a barricarsi dentro casa se il governo lancia l’allerta “arancione” per i livelli di particolato.

Vivere sotto un’enorme nuvola di smog, d’altronde, non deve essere semplice, ma in Cina l’inquinamento non preoccupa solo per i danni alla salute. In gioco non c’è soltanto il benessere dei cittadini, ma anche quello dell’economia del Paese. La Repubblica Democratica Cinese è, infatti, la seconda potenza economica al mondo e ha raggiunto questo traguardo proprio grazie alle industrie che stanno inquinando i fiumi e l’aria che respirano i cittadini. Quello che turba il governo, però, non è la sola questione ambientale, ma il fatto che per la prima volta in 25 anni Pechino sta affrontando una crisi economica potenzialmente distruttiva. Uno schiaffo ai decenni di crescita e sviluppo che hanno caratterizzato il Paese e lo hanno portato a competere con nazioni potenti come gli Stati Uniti o con l’Europa.

A essere sotto accusa è il carbone, di cui la Cina è il maggiore produttore al mondo. Lo scorso anno ne sono state prodotte 3.7 milioni tonnellate, ma di queste solo la metà è stata utilizzata. Il settore, quindi, è in una pericolosa situazione di sovrapproduzione: da qui, l’idea del governo di chiudere 1000 miniere, nel tentativo di combattere con una sola mossa sia il surplus, sia l’inquinamento, eliminando di fatto 500 milioni di tonnellate di carbone entro i prossimi 5 anni. Il problema è che in queste miniere lavorano circa 2 milioni di persone, che si ritroveranno da un giorno all’altro disoccupate. È questo il prezzo che i cinesi devono pagare per salvare la loro economia e la loro salute?

“L’economia sta affrontando una tendenza al ribasso – ha osservato Yin Weimin, ministro delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale – molte aziende faticano ad andare avanti e il rischio è che si possa arrivare a una quantità di lavoro insufficiente”. L’esponente del governo asiatico ha anche specificato che il numero crescente di laureati potrebbe danneggiare ulteriormente il mercato del lavoro. Secondo fonti del governo, questi 2 milioni di lavoratori saranno assunti nel terzo settore grazie a numerosi investimenti che la Cina sta facendo proprio per fronteggiare questa emergenza lavorativa.

Per quanto riguarda l’inquinamento, invece, sembra che la chiusura delle miniere – insieme a politiche ambientali più sensibili – e la conseguente diminuzione delle quantità di carbone prodotte e consumate stiano realmente riportando la Cina a livelli di emissione più sostenibili. È una buona notizia, considerando che il malcontento dei cittadini per l’ambiente sta aumentando di anno in anno, portando il governo di Pechino a dichiarare guerra allo smog e a ridurre la percentuale di energia derivata da combustibili fossili.

La sfida, adesso, è scongiurare una crisi occupazionale di proporzioni enormi e riportare la Cina a respirare un’aria accettabile. Pechino, però, sembra non comprendere la portata della sua decisione, che invece preoccupa gli economisti di mezzo mondo. “Sarà un compito molto difficile – ha detto Weimin durante una conferenza stampa – ma siamo comunque ottimisti”.

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1 COMMENT

  1. Come sempre si enfatizzano argomenti importanti, credendo di aver individuato una sola fonte come problema: il Carbone!

    Peccato (per i cinesi) che il problema è prima di tutto culturale e che il gravoso inquinamento dell’aria nelle megalopoli cinesi sia dovuto a tutto un insieme di attività produttive e civili che utilizzano tecnologie obsolete e non provvedono a prevenire le emissioni di particolato in atmosfera.

    Tali attività produttive NON riguardano solo le vecchie Centrali Termoelettriche, ma prima di tutto:

    – il traffico veicolare, con veicoli obsoleti e non adeguati alle nuove e moderne tecnologie;
    – il riscaldamento civile. (Cinesi al freddo, quindi?);
    – la produzione di Acciaio, Vetro, Cemento, Carta, Metalli Vari, Raffinazione Idrocarburi, industria Chimica, ecc. ecc.
    – Smaltimento rifiuti;
    – Agricoltura;
    – ecc.

    Se si preoccupassero SOLO di eliminare le vecchie Centrali, non risolverebbero affatto i loro problemi.

    La soluzione, quindi, sarebbe quella di chiudere tali vecchie Centrali, ma di sostituirle con nuovi e moderni impianti dotati delle necessarie moderne tecnologie che consentono di prevenire gli effetti nocivi che qualsivoglia combustione altrimenti produce.

    Peraltro, le circa 1.000 miniere che prevedono di chiudere, sono piccole ed abusive miniere la cui produzione porta a circa 60 milioni di tonn., non 500 milioni di tonn. come indicato. Quindi non è certo quella l’unica soluzione necessaria.

    Questo è peraltro più che compatibile con la riduzione de3l consumo di Carbone, perché grazie alla sensibile maggiore efficienza energetica dei nuovi impianti, potrebbero produrre la stessa quantità di elettricità con un impiego sensibilmente ridotto di combustibile, oltre ai massicci miglioramenti ambientali correlati.

    Forse questo dovrebbe essere detto ai cinesi, altrimenti si rischia solo di illuderli con fuorvianti ideologie.

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