ARABIA SAUDITA, TORTURA LA COLF FINO AD UCCIDERLA: 35ENNE A PROCESSO Le violenze sistematiche a cui è stata sottoposta la donna hanno causato la sua morte

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Picchiata con bastoni di bambù, con calci e pugni e torturata persino con i cavi elettrici a bassa tensione. Era il trattamento che una donna 35enne dell’Arabia Saudita riservava alla sua colf, che è morta in seguito alle percosse subite e alle ferite riportate. Al momento del ricovero in ospedale, la domestica ha riportato ferite e bruciature che poi hanno provocato la formazione di coaguli nel sangue ed un edema polmonare.

Il decesso è avvenuto lo scorso dicembre ed è stato, secondo quanto riportato dai legali della donna, di violenze sistematiche e ripetute nel tempo. Il processo di primo grado per quella che era la sua datrice di lavoro, ma che in realtà era la sua aguzzina secondo quanto sostenuto dall’accusa, si è aperto lo scorso 28 febbraio. “Non ho causato la sua morte. Com’è possibile? L’ho picchiata molto tempo prima…”, è quanto ha dichiarato l’imputata per difendersi dalle accuse, che secondo alcuni testimoni, dopo le torture avrebbe negato alla domestica anche le cure mediche necessarie a salvarle la vita.

Nonostante le recenti riforme del mercato del lavoro, i dipendenti stranieri che svolgono la mansione di domestico o colf, sono esclusi dalle norme previste dal ministero del lavoro. Inoltre, nei Paesi arabi del Golfo Persico, la cosiddetta sponsorizzazione “Kafala” lega il dipendente al datore di lavoro e lo riduce in condizioni di semi-schiavitù. Il lavoratore spesso non può cambiare padrone, che vanta pure un potere di deportazione sul lavoratore immigrato.

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