L’ITALIA DEI CONTI SALATI

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Bonanni

Si ha la impressione sempre più nitida e dolorosa di un Paese che si sta accartocciando su se stesso, schiacciato da un debito crescente, da una spesa pubblica improduttiva senza freno, da tasse in aumento, da immobilismo sui temi economici.
Avviene, così, il contrario di ciò che ci chiedono i nostri partners internazionali, di ciò che la classe dirigente nostrana promette e invoca in ogni passaggio cruciale della vita politica ed economica nazionale. Ecco che il debito pubblico raggiunge la quota massima di circa 2.200 miliardi di euro, con un aumento nel 2015 di ben 34 miliardi.

È  inspiegabile come non si metta a profitto l’attuale felice congiuntura per il prezzo del petrolio e per il costo dei tassi di interesse bancari. Il costo del petrolio è ai minimi storici e per noi italiani è una manna inaspettata, per l’uso massiccio degli idrocarburi a cui molto ricorriamo, più degli altri Paesi concorrenti, sia per gli usi civili che per la nostra industria. Anche la politica della Banca centrale europea sui tassi di interesse, provvidenziale per famiglie imprese e debito pubblico, produce grandi effetti benèfici. Sappiamo, però, che non potrà continuare così all’infinito.

Se assommiamo a questi elementi favorevoli gli effetti dei tagli di spesa pubblica programmati nel passato, l’attenuazione del rientro del deficit di bilancio e le tasse aumentate nel biennio per più di 30 miliardi di euro, davvero non si comprendono i dati sconfortanti che trapelano, malgrado lo sbarramento fumogeno della propaganda. Non si può che restare sgomenti, soprattutto alla luce degli annunci e delle proclamazioni di dati positivi divulgati pervicacemente dal governo.

Preoccupati sono anche i nostri partners internazionali: non siamo un Paese qualsiasi per l’economia mondiale. Dunque, accusano anch’essi i colpi della nostra instabilità economica, dei nostri guasti. Si vede ad occhio nudo la diffidenza cresciuta ai danni della nostra credibilità, e non solo per le polemiche – che non ci fanno bene – aumentante particolarmente nel corso di questo mese.

È evidente che se le cose non dovessero subire una sterzata vigorosissima, ci ritroveremo di fronte al solito dilemma: tagliare per la ennesima volta il welfare, vendere il patrimonio pubblico, aumentare ancora le tasse. Sappiamo fin d’ora, in simili circostanze, che molto probabilmente s’interverrà parzialmente sui primi due, ma la soluzione più praticata sarà quasi certamente la terza, giacché si presta a garantire più velocemente le entrate.

Non mi pare che ci sia molta attenzione su questi temi, anzi, si fa di tutto per occultarli attraverso la ricerca di scontri, ora sui temi etici, ora su quelli istituzionali. Il detto latino primum vivere, deinde philosophari (“prima vivere, quindi filosofare”) non sembra molto considerato dalla nostra classe dirigente, che sembra molto portata a fare teoria, mentre la gente comune si sforza di sopravvivere.

Insomma, è probabile che continuerà l’erosione del risparmio delle famiglie, per ripagare le spese ingiustificate e i debiti dello Stato. Qualcuno già dice che le famiglie italiane, essendo fortemente patrimonializzate, dovranno pur restituire ciò che in qualche modo hanno ricevuto in passato dallo Stato sprecone: ma è una opinione molto discutibile. La vocazione al risparmio degli italici è atavica ed è una risorsa per tutti. Si esprime anche in situazione di lunga crisi, come quella che ci colpisce da oltre ormai otto anni. È riconosciuta una grande risorsa sociale, per la funzione di vero ammortizzatore delle famiglie, dopo che le politiche pubbliche hanno rarefatto il sostegno a disoccupati, cassintegrati, anziani non autosufficienti, con scarsi servizi per l’infanzia. Certo,la famiglia non esporta capitali come fanno taluni ambienti affaristici che vivono solo di commesse e concessioni pubbliche.

Mi pare che ci sia una grande confusione sotto le stelle, ma è probabile che altri conti salati da pagare saranno assai prossimi ad essere presentati.

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