I DISASTRI DIMENTICATI

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Secondo Amazon Watch, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio, due rotture del principale oleodotto peruviano hanno causato lo sversamento di almeno 3,000 barili di petrolio nel nord dell’Amazzonia, nelle province di Bagua e di Loreto e mettendo a rischio le popolazioni indigene che vivono nella zona. La notizia ha avuto una scarsa risonanza: la compagnia nazionale Petroperu ha confermato l’incidente solo dopo venti giorni, e ci è voluto un mese perché testate internazionali attive sul fronte ambientale, come il Guardian, e altre, come la BBC, la riportassero. Dalle nostre parti… praticamente il nulla.

Il racconto viene da un interessante report di Lorenzo Colantoni effettuato per Radio Bullets (http://www.radiobullets.com/). Ma certo non è il solo. A cavallo tra il 2015 e l’anno in corso, 31 000 litri di acido solforico sono stati riversati da un treno merci nel Queensland (nord-est dell’Australia), vicino al villaggio di Julia Creek, innescando il primo disastro ambientale del 2016 (l’anno si era concluso con il terribile caso dello sversamento in Brasile). Le autorità hanno interdetto l’accesso ad un’area di 2 km intorno al disastro. L’acido solforico è altamente corrosivo, e i suoi vapori possono provocare fortissime irritazioni ai polmoni. Uno schiaffo alla natura e alla salute.

Insomma, iniziamo male. E se il danno non è comparabile ad eventi catastrofici come quello del Golfo del Messico, in cui la piattaforma Deepwater Horizon sversava 50,000 barili al giorno – spiega sempre Colantoni – l’impatto non è da sottovalutare. L’ecosistema dell’Amazzonia è infatti particolarmente delicato: ricco di biodiversità come poche altre regioni al mondo, anche piccole quantità di petrolio possono danneggiarlo in maniera significativa. La stessa giungla che costituisce questo ecosistema e che circonda gli oleodotti rende le operazioni di contenimento particolarmente difficili, e di conseguenza ne amplifica gli effetti.

Una situazione che, unita alle forti piogge e all’impatto di El Nino, ha aggravato gli attuali sversamenti con la rottura delle barriere di contenimento del petrolio messe in piedi da Petroperu. Pesci, piante e fiumi sono stati coperti da macchie nere e la fuoriuscita di petrolio ha danneggiato anche le vicine colture di cacao.

I pericoli maggiori dall’incidente ricadono però sulle popolazioni che vivono lungo i corsi d’acqua contaminati dallo sversamento, e da cui dipendono per la maggior parte delle proprie riserve idriche. L’inquinamento dei fiumi Marañon e Manona ha colpito infatti almeno 8,000 persone. In seguito all’offerta di Petroperu ai residenti di venire pagati due dollari a secchio di petrolio recuperato, la compagnia è stata poi criticata perché questo potrebbe facilmente comportare l’impiego di minori nella raccolta.

Se Petroperu spiega la rottura di una dei due oleodotti per via di una frana, non fornendo delucidazioni sulla seconda, le cause sono in realtà da cercare nel quadro legislativo peruviano, che favorisce l’estrazione ma non la protezione dell’ambiente. Nel 2008, il 75% della foresta pluviale peruviana è stato messo a disposizione delle compagnie petrolifere.

Nel giugno 2014, il massimale delle multe per crimini ambientali nel paese è stato dimezzato. Il desiderio di espandere l’industria petrolifera peruviana, sperando forse di replicare il successo del Venezuela del settore, ha portato due conseguenze principali: da una parte l’arrivo negli ultimi anni da parte di compagnie francesi, spagnole e canadesi nell’area, con forte impatto sull’ecosistema per la costruzione di piste d’atterraggio, strade, oleodotti e altre infrastrutture. Ha poi ulteriormente disincentivato le compagnie che già operavano nell’area alla manutenzione degli oleodotti già esistenti. Di qui – racconta sempre Colantoni – i due sversamenti avvenuti su di un oleodotto degli anni ’70, e le decine di cause per crimini ambientali portate sui banchi dei tribunali peruviani verso Petroperu e altre compagnie, come l’argentina Pluspetrol. Quest’ultima opera infatti nel più grande giacimento peruviano, al confine con l’Ecuador, dal 2001, ma è dagli anni ’70 che l’estrazione indiscriminata del suo predecessore Occidental Petroleum ha portato ad un’alta contaminazione del terreno di bario, piombo, cromo e altri composti risultanti dal petrolio.

Quello che ha tenuto, e tuttora tiene, nascosto l’impatto ambientale di queste attività è la scarsa densità di popolazione delle zone colpite, spesso abitate esclusivamente da comunità indigene, e il fatto che si trovino nelle parti più remote del paese. Una situazione che permette quindi uno sfruttamento indiscriminato delle risorse, e concede un certo livello di incoerenza alle istituzioni peruviane. Nel 2013, il governo del paese prometteva le multe più alte agli autori degli sversamenti, garantendo però 29 nuove concessioni e senza assicurarsi lo stato delle infrastrutture già esistenti. Nel 2014, esattamente quando Lima ospitava la conferenza sul clima che avrebbe preceduto quella di Parigi, il nord dell’Amazzonia peruviana veniva colpito da cinque sversamenti di petrolio. Quanto sono lontane le chiacchiere dei potenti dalla realtà dei fatti…

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