LA “ROMA DEI PAPI” DI ALBERTO SORDI

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alberto sordi

Era il 23 febbraio del 2003, quando in una gelida giornata d’inverno, Roma, e con essa tutta l’Italia, veniva scossa da una trgica notizia: la morte di Alberto Sordi. Considerato da tutti l’attore più caro agli italiani, raccontava la città di Roma in una maniera straordinaria, ricordandone la storia, i vizi, i pregi e i difetti. Spesso faceva memoria della sua infanzia, del suo primo Giubileo, gli insegnamenti del catechismo, il suo rapporto con la fede e la confessione. E di come, negli anni, i romani hanno guardato al “cupolone”.

La prima volta che vide San Pietro aveva quattro anni quando, e fu proprio per il Giubileo del 1925. “Ero in compagnia di mio padre, venivamo da Trastevere, dove ero nato. Arrivammo percorrendo i vicoli, che poi furono distrutti, di Borgo Pio: un ammasso di casupole, piazzette, stradine. Poi, dietro l’ultimo muro di una casa che si aprì come un sipario, vidi questa immensa piazza. Il colonnato del Bernini, la cupola. Un colpo di scena da rimanere a bocca aperta. Ecco, quello che ricordo di più di quel Giubileo fu questa sorpresa”.

“C’è la Roma dei Cesari e del Colosseo, quella dei papi e quella di Alberto Sordi. E prima ancora quella di Trilussa e di Petrolini”, scrisse Enzo Biagi. Il Sordi cattolico raccontava di come erano vissuti i giubilei del passato dal popolo. La premessa era quasi sempre la stessa: “Noi abbiamo avuto il privilegio di nascere a Roma, e io l’ho praticata come si dovrebbe, perché Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi. I potenti che non l’hanno capito hanno prima portato qui tanti ministeri e poi l’hanno trasformata in una città industrializzata. Con la città è cambiato anche il modo di vivere la romanità. Ma quello di un tempo era senza dubbio il più vero.

La vita nell’Urbe del 1925, anno del primo Giubileo di Pio XI, era una del tutto diversa. “A Trastevere c’era la tipica atmosfera di un paese. Ci conoscevamo tutti e se a qualcuno capitava qualcosa di bello, era una gioia per tutti; se al contrario qualcuno viveva qualche dolore, aveva intorno tanta gente affettuosa”. La vita procedeva in un susseguirsi di avvenimenti ben precisi a cui nessuno poteva mancare, come la festa del Carmine o quella dell’Immacolata Concezione, “con l’affluire disordinato e rumoroso dei devoti. Per noi bambini erano sempre sinonimo di allegria. E poi c’era l’appuntamento fisso del sabato da Pasquino, una latteria-bar che faceva i maritozzi con la panna e ‘lo squaglio’ di cioccolata. Per noi tutto era stupore, tutto era motivo di curiosità e di commento. Ai nostri occhi ogni piccola cosa che accadeva assumeva un fascino particolare”.

All’epoca, sottolineava Alberto, “semplicemente si viveva in maniera più umana. Ad esempio, per gli adulti il rapporto con la propria condizione sociale era più sereno. C’era la povertà ma c’era anche uno spirito di adattamento, un rispetto diverso gli uni per gli altri. Pensi che il ‘monnezzaro de Trastevere’, il signor Armando, era il primo attore del Teatro La Marmora, dove la domenica si andava a vedere drammoni tipo ‘I miserabili’. Ogni giorno lui si faceva anche sei piani di scale su e giù nei palazzi, con il sacco sulle spalle, strillando: ‘Monnezza!’. E quando si apriva la porta si diceva: ‘Oh, signor Armando, buongiorno, ecco ’a monnezza… E che ci prepara domenica?’. E Armando rispondeva: ‘Il padrone delle ferriere’. ‘Ah, grande! Complimenti, signor Armando, bravo’. E questo era ‘er monnezzaro’! Oggi, anche se li chiamiamo operatori ecologici per non offenderli, nessuno vuol fare questo lavoro perché si sente declassato. La dignità, la considerazione allora erano un’altra cosa”.

Il mio rapporto con la religione si basa sull’educazione che fin da piccolo i genitori gli hanno dato. “Mi ritengo un uomo fortunato per questo. Mia madre era una donna rassicurante e affettuosa ma anche decisa. Seguiva alla lettera gli insegnamenti della Chiesa cattolica: era praticante convinta e si adoperava per gli altri tanto da farsi benvolere da tutto il quartiere. Era maestra elementare, anche se smise appena cominciò ad avere figli. Io la vedevo come la Madonna, senza peccato: per questo cercavo di preservarla da ogni dolore raccontandole, a volte, pietose bugie. Certo non mi ritengo un santo, ma per questo c’è la confessione. Vieni perdonato dal prete, poi ricadi nello stesso peccato e torni a confessarti facendo il proposito di non ricaderci più. L’importante è essere sinceri e non barare con il Padreterno. Tanto, dove non arrivo io arriva lui!”

A Roma la presenza del Papa è sempre stata considerata una benedizione. “La Chiesa in questa città è sempre stata importante. E il degrado di Roma ha coinvolto anche la Chiesa. Noi romani ci siamo sempre sentiti più sudditi del papa che dei re o di Mussolini, che non a caso ha subito fatto un concordato. Ci siamo sempre sentiti sudditi di una grande monarchia, orgogliosi del fatto che il papa ce l’avevamo solo noi. In questo abbiamo anche un po’ influenzato il resto del Paese. Se gli si domandava quale fosse il suo Papa prefertio la risposta era secca: “Giovanni XXIII. Avevo conosciuto Roncalli quando era patriarca di Venezia, dove andavo in occasione della Mostra del cinema. Fin da allora lo ricordo come una persona molto gentile. Era un Papa a cui tutti i romani si erano affezionati, come ad un buon parroco”.

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