UNIONI CIVILI: COSA DICE LA CORTE COSTITUZIONALE

793
matrimoni-gay

È noto che la Corte costituzionale in anni recenti ha più volte auspicato che il legislatore ordinario individui al più presto una qualche forma di riconoscimento anche per le coppie formate da persone dello stesso sesso. In particolare, nella sent. n. 138/2010, la Corte costituzionale ha affermato che anche a due persone dello stesso sesso spetta “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.

Nella stessa circostanza la Corte ha però escluso “che l’aspirazione a tale riconoscimento …possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio”. Infatti, sempre secondo la Corte costituzionale una legislazione civile che riserva l’accesso al matrimonio solo alle coppie formate da un uomo e da una donna “non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”. E ciò perché – ha affermato la Corte – “i costituenti, elaborando l’art. 29 Cost., …tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che… stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso”.

Insomma, per i nostri giudici costituzionali, stante la “(potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale”, la diversità di sesso dei coniugi è un dato che fa parte del “nucleo” stesso della norma costituzionale che accorda al matrimonio una speciale protezione quale fondamento della famiglia. Si tratta perciò di un dato che, nonostante la “duttilità propria dei princìpi costituzionali”, che devono essere “interpretati tenendo conto… anche dell’evoluzione della società e dei costumi”, comunque “non può essere superato per via ermeneutica, perché – ha detto ancora la Corte – non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un’interpretazione creativa”.

Ne consegue che un riconoscimento rispettoso della legalità costituzionale delle coppie formate da persone dello stesso sesso non potrebbe realizzarsi attraverso l’estensione della disciplina del matrimonio. Ma, a quanto pare, quel riconoscimento neppure potrebbe realizzarsi con la previsione ad hoc di uno status similmatrimoniale meno pieno rispetto a quello coniugale. Infatti, in virtù del combinato disposto della logica dello status e del principio di non discriminazione, il matrimonio eserciterebbe comunque una forza di attrazione irresistibile per qualunque altra istituzione pensata ad hoc per le unioni formate da persone dello stesso sesso, venendosi così ben presto a determinare un risultato di sostanziale assimilazione tra contenuto dello status di partecipe dell’unione civile e contenuto dello status coniugale.

In quest’ottica il caso tedesco è davvero emblematico. È noto che il legislatore tedesco del 2001 elaborò una forma istituzionale di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso i cui contenuti erano simili ma non del tutto coincidenti con quelli del matrimonio: la cd. unione registrata. Nondimeno, già a distanza di pochi anni, nel 2004, si avvertì la necessità di un nuovo intervento legislativo volto a rendere il contenuto dello status di membro dell’unione registrata ancora più prossimo a quello coniugale. In particolare, mentre il legislatore del 2001 non aveva previsto alcuna forma di genitorialità congiunta dei partner, il legislatore del 2004 introdusse, tra l’altro, la possibilità dell’adozione piena del figlio del partner. Soprattutto a partire dal 2009, poi, il Tribunale costituzionale federale fece propria la logica del divieto di discriminazione tra disciplina del matrimonio e disciplina dell’unione registrata, favorendo così un’ulteriore spinta uniformatrice, la quale, da ultimo, ha portato anche ad ammettere, sia pure nella forma dell’adozione successiva, l’adozione di minori abbandonati da parte dei due partner dell’unione registrata.

Il rispetto della legalità costituzionale sembra dunque imporre al legislatore ordinario di non dare corso a un riconoscimento matrimoniale o similmatrimoniale delle coppie formate da persone dello stesso sesso. Quel riconoscimento deve piuttosto realizzarsi tenendo conto del fatto che, anche al di fuori del vincolo coniugale, le scelte affettive fanno sorgere comunque dei contesti di vita in comune, in cui le persone – di sesso differente o dello stesso sesso – si prestano reciprocamente assistenza morale e materiale e perseguono un comune progetto di felicità.

Si tratta di realtà alle quali il legislatore non può non guardare con favore perché in esse l’individuo svolge la propria personalità e sperimenta valori di solidarietà, condivisione e collaborazione. La disciplina di queste “formazioni sociali” (art. 2 Cost.) deve evidentemente discendere in primo luogo dalle determinazioni autonome degli interessati. Ma la legge deve comunque intervenire a garanzia degli affidamenti reciproci che nascono dalla vita in comune. Ciò che giustifica l’intervento della legge è allora il semplice dato dell’assistenza morale e materiale tra persone che vivono insieme, mentre l’esercizio della sessualità deve rimanere un fatto privo di qualsiasi rilievo. È su questa base che si può e si deve addivenire con urgenza a un riconoscimento rispettoso della legalità costituzionale, che non mortifichi l’autonomia dei singoli nelle scelte affettive, ma che nondimeno tuteli adeguatamente affidamenti e responsabilità reciproche che nascono dalla vita in comune.

Emanuele Bilotti – Professore di diritto di famiglia nell’Università Europea di Roma

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS