TURCHIA, AL VIA IL PROCESSO CONTRO GLI SCAFISTI DELL’ULTIMO VIAGGIO DI AYLAN KURDI Per i due siriani la procura ha chiesto una condanna di 35 anni

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aylan kurdi

Cinque mesi fa la sua foto, con i pantaloncini blu e la maglietta rossa, riverso sulla spiaggia turca di Bodrum come se dormisse, ha scosso le coscienze di tutto il mondo, facendo aprire gli occhi su una verità troppo spesso ignorata. Il piccolo Aylan Kurdi, il bimbo curdo-siriano morto in seguito al naufragio del barcone sul quale viaggiava torna di nuovo sulle pagine di tutte le testate internazionali, in quanto ha preso il via il processo contro i due presunti scafisti che organizzarono la traversata, in cui oltre al bimbo curdo-siriano di 3 anni morirono anche il fratellino Galip, la madre Rehan e altre due persone.

Alla sbarra ci sono due siriani, Muwafaka Alabash e Asem Alfrhad. Secondo l’accusa sono loro gli organizzatori di quel viaggio verso l’isola di Kos la notte del 2 settembre, finito in tragedia come decine di altri nel tratto di mare tra Grecia e Turchia. La procura ha chiesto una condanna a 35 anni ciascuno per “traffico di esseri umani” e “omicidio volontario plurimo”.

Accuse pesantissime che gli imputati hanno negato, dichiarandosi innocenti e puntando invece il dito contro il padre di Aylan, Abdullah. È stato lui, hanno detto in aula, a organizzare la traversata e guidare il barcone affondato. Secondo il racconto di Alabash, prima di partire Abdullah Kurdi gli avrebbe chiesto di controllare un altro scafista turco, che aveva raccolto il denaro pagato per il viaggio, in cambio di un “passaggio” gratis su un altro barcone. Accuse ora al vaglio dei giudici, che intanto hanno confermato le misure di custodia cautelare in carcere per entrambi gli imputati in attesa della prossima udienza, fissata per il 2 marzo.

Un presunto coinvolgimento del padre di Aylan era già stato evocato nei giorni immediatamente successivi alla strage da una profuga irachena, che nel naufragio aveva perso due figli. La donna aveva raccontato di essere stata rassicurata da un altro scafista, visto che a guidare la barca c’era un uomo che trasportava la sua stessa famiglia. Accuse che Abdullah Kurdi aveva negato con forza.

Dopo l’incidente l’uomo è tornato nella città curdo-siriana di Kobane, da cui era scappato dagli attacchi dell’Isis e dove ha seppellito la famiglia. Gli investigatori proseguono comunque le indagini e da mesi sono sulle tracce di 6 sospetti complici, tra cui 4 cittadini turchi, che però restano ancora a piede libero. Nel frattempo, Ankara ha assicurato di aver aumentato i suoi sforzi per sgominare le reti del traffico di esseri umani sulla sua costa egea, da cui solo dall’inizio del 2016 sono partite altre 70mila persone. Nell’ultimo anno, secondo le autorità turche, gli scafisti fermati sono stati oltre 4.400.

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